Terzo album per gli elvetici Ad infinitum, che se devo dirla tutta appena schiacciato “play” per l’ascolto ho creduto di aver a che fare con la versione “rivista” in chiave quasi metal degli ABBA, ma senza la stessa verve e senza lo stesso appeal… Ma andiamo per gradi e facciamo chiarimento.
Nei fatti la proposta della band sarebbe “Symphonyc metal”; ma non il classico concetto di power al femminile a cui aggiungere delle orchestrazioni pompate e parlando non di draghi ma di altro. Va concretizzato che la proposta degli Ad infinitum si propone come: un parziale power al femminile con i synth di cui sopra, a cui si va a sostituire parte delle parti orchestrali tipiche dei primi anni 2000, ed amati tanto dai “poweroni” old school che a certe nuove leve di un certo metal.
Un pelino più edulcorato però, va ammesso, rispetto al power metal standard con l’aggiunta di synth dance senza però perdere la “quota orchestra”; ma con meno quantitativo orchestrale comunque.
In tutto questo “meccanismo” vanno aggiunte delle svisate, leggere, nel metalcore visti certi stacchi, certi breakdown, certi accordi droppati delle chitarre e certe parti in grolws della cantante, che fanno “tanto jinjer” ed è quindi “di moda” e “di tendenza”.
Questo è il sistema proposto dalla band e mio per provare a trovare una “novità” nel proposto di “Chapter III – Downfall”.
Va aggiunto però che, a mio avviso, “nulla di nuovo sotto al sole”… dato che questo terzo lavoro è in linea con i due precedenti e non cambia di molto la “solfa” non solo del loro lavoro ma anche del genere stesso.
Analizzando quello che è la proposta nel suo complesso, debbo ammettere, che fanno quello per cui una persona si avvicina a questa band: Suono prevedibile; melodie “radio oriented” che fanno presa immediata; progressioni sonore facili da ricordare e che permettono al contempo di fare “i bad boys” senza però “dimenticare di poter essere altro e di non essere feccia”; come se ci fosse per forza un bisogno di dover dimostrare qualcosa di non richiesto e di non domandato.
Certo rispetto ad altre band dello stesso genere troviamo meno orchestrazioni, ma non basta a dire “abbiamo una novità”.
Produzione alta e pompata come ci si aspetterebbe da chi è entrato in una major; oltre a dover proporre un lavoro a veloce vendita; risoluzioni da mixer ruffianissime e come ci si aspetterebbe da un prodotto “ad alto rendimento economico”. Quindi lavoro che riceve(rà) un ottimo ritorno in relazione agli ascolti e probabilmente anche per le vendite; ma vi è un ma.
Il ma è: troppe canzoni simili, sia tra loro che con altre band dello stesso genere ed il risultato poi è il finire nel pozzo del “già sentito e visto” e del “ma si… una delle tante band fotocopia di se stessa e dei nomi grossi”
Non sono a giudicare se ciò che viene fatto dalla band sia giusto o sbagliato; se sia opera di mero “mercenariato musicale” o che sia “arte altissima”; mi rendo conto che per poter essere in un certo tipo di segmento di vendite, marketing e di visibilità nulla è lasciato al caso e spesso, come già accaduto in passato, il piegarsi al volere ESCLUSIVO del mercato farà fare scelte poco simpatiche o che alla lunga non verranno apprezzate al 100%.
Concludendo: questo “Chapter III – Downfall” è ascoltabile nella misura in cui vi va di sentire riff prevedibili, scontati e con arrangiamenti ultra pompati, commerciali e pop; se vi va di sentire una voce femminile carina, ma che è come mille altre per range, vocalità ed estensione(anche nelle fasi in growls). Chapter III è un buon lavoro se volete sentire una “fotocopia” fatta bene di tante band di pop metal che stanno surfando nella rete e in certi festivals. Ma questo lavoro è brutto? No; Con Chapter III m’hanno solato? No; solo se non cerchi cose nuove e un certo tipo di suono; Ci devo spendere denari? Vedi tu… io dopo un ascolto o due non li riascolterei.
Voto: 6/10
Alessandro Schümperlin















