Coincidenza vuole che in questi giorni esca in Italia l’autobiografia di Mille Petrozza, che descrive la realtà industriale tedesca come elemento scatenante dell’estremismo sonoro dei Kreator. L’editore di questo libro è Mariano Fontaine (con la sua Crash Edizioni), a sua volta autore per Tsunami di Aborym, La Cultura Del Chaos, bio ufficiale della band italiana protagonista di questa recensione. Se l’avete letta o andrete a leggerla (e vi consiglio fortemente di farlo…) scoprirete che i germi che hanno infettato le tracce del loro primo demo, Worshipping Damned Souls, sono della stessa natura. Le acciaierie di Taranto, la città dove Fabban è nato ed ha dato vita alle sue creature sonore, le conosce bene anche il sottoscritto, essendo suo concittadino… e vi assicuro che non hanno nulla da invidiare a quelle teutoniche, anzi! A differenza dei cugini d’oltralpe però il suono degli Aborym, pur passando attraverso varie fasi, evoluzioni e trasformazioni, è sempre stato integro, estremo e senza alcuna concessione a velleità commerciali, anche quando si è allontanato, apparentemente in modo radicale, dal suono degli esordi ed ha virato verso lidi elettronici, sperimentali, avanguardisti. Ma la vita di un artista è fatta di cicli, incontri, emozioni ed è bastato riallacciare i rapporti con i vecchi compagni d’arme nei Malfeitor (Munholy alle chitarre, Atum batteria), altro progetto di Fabban, per riaccendere la fiamma del black metal più oscuro, maligno, ferale dei primi lavori, come sempre contaminato di elementi industrial e tastiere, da sempre tratti distintivi della band che ne hanno segnato la sua originalità rispetto all’intero panorama estremo. E’ di questi giorni l’uscita di Metachaos, il nuovo lavoro dei nostri, che segna si un ritorno al passato ma rafforzato da tanti anni di esperienza, tra performance live nei più svariati angoli del globo e produzioni sempre di altissimo livello. Scopriamo immediatamente le carte affermando che la performance del trio è davvero eccezionale. A partire dalle due mazzate iniziali della opener Red Latex Baphomet ed immediatamente a seguire della title track (per la quale è stato prodotto un video che per il sottoscritto è un’opera d’arte…). Incredibili le improvvise variazioni armoniche di brani come Enshrine In Putrefaction o The Afterlife, che sembrano concedere un attimo di respiro per poi ripiombare giù nell’Inferno. Notevole anche la successiva Creatures Of The Night, così come l’articolata The Crescendo Of Demise. Ma tutto il disco è su altissimi livelli. Lo scream di Fabban è oscuro e maligno, così come monolitico il suo basso e onnipresenti, sempre al punto ed al momento giusto, le sue tastiere. Munholy è davvero bravo sia quando deve produrre il suo riffing assassino, sia nelle ritmiche vere e proprie, brillante anche in fase solista. Atum, pur essendo una furia dietro le pelli, è autore di un drumming caratterizzato da una perfezione chirurgica. L’artwork estremante curato del cd e del vinile, così come il video di cui parlavamo prima, trasmettono in modo efficace le sensazioni angoscianti e claustrofobiche del concept che sottende l’intero lavoro, incentrato sulla deumanizzazione del genere umano che si estrinseca nella liberazione dei propri istinti primordiali. Per non far passare in secondo piano l’altissimo valore del disco, citiamo solo infine la presenza di ospiti come Tommy Talamanca dei Sadist, Patrick Mameli (leader dei Pestilence) e tanti altri. Pubblicato dalla storica Avantgarde Music, Metachaos ha tutti i numeri per essere considerato un nuovo classico del genere col quale, in futuro, molte band si dovranno misurare.
Voto: 9/10
Salvatore Mazzarella

















