Undicesimo album del Reverendo Manson che si chiama “We are chaos” e che però non ricalca molto quello che si trova nelle tracce; noto che alcune cose sono cambiate e non in meglio; o forse dovrei dire che le cose non sono cambiate. Il fatto di aver coinvolto Shooter Jennings (per chi non sapesse chi è egli è un noto musicista e produttore country), conosciuto durante le riprese nel 2013 di sons of anarchy in cui Manson ha fatto un cameo, non ha fatto altro che rendere ancora più “bluesly” e rallentati i battiti al minuto delle tracce di Marilyn Manson in questo album.
Purtroppo il reverendo Brian Warner continua con la fase discendente frammista a sprazzi di genialità interessanti mischiati a certi suoni primitivi della band, forse per dare ancora un certo senso di malia e di malevolenza mentale e sonora, ma il risultato è ben lontano dalle prime uscite che erano, diciamocelo liberamente, estremamente innovative ed ispirate.
Di “Coma white”, di “Speed of pain” non ce ne sono tante; come di “1996” piuttosto che “The man that you fear” o “The red carpet grave”, come del resto un’altra the “Beautiful people” non ci sarà più e nemmeno un “mObscene”, ma neppure fare un lavoro che di base è totalmente lento, poco incisivo e melanconico era l’aspettativa.
A livello puramente tecnico le composizioni sono interessanti, se si soprassiede che siamo quasi sempre di fornte a pezzi lenti, ballads, pezzi rallentati e mid tempi rallentati. Più che “We are chaos” si potrebbe dire “we are sad and lonley”.
La produzione è alta, ovviamente, come la post produzione, mix e master. Il problema principale è che per provare a sentire un pochino della capacità rabbiosa di Manson si deve andare verso la fine dell’album, ma pur sempre rimanendo in tempi rallentanti e di sonorità lente e quasi dark.
Personalmente non riesco a trovare delle canzoni che possano restare incise nella testa dell’ascoltatore, provo comunque a dare qualche titolo e direi forse “Keep my head together”, “Infinite darkness” e “Perfume”. Ma come sempre provate ad ascoltare l’album e a decidere quali possano essere i vostri brani preferiti. Ma credo che non sarà semplice, come non lo è stato per me.
Concludendo da “The golden age of grotesque” in poi Manson ha deciso, o forse non proprio deciso, di esser vittima di se stesso. La discesa verso certe scelte che non aiutano lui e meno ancora potrebbero aiutare i suoi fans di vecchia data. Un album che purtroppo non ha lo sprint per farlo tornare in auge, ma c’è abbastanza capacità per poter almeno galleggiare. Dispiace oltremodo che Manson stia facendo materiale al di sotto delle sue precedenti capacità, non escludo che sia derivato anche dal fatto che non ci siano certi ex membri che potrebbero in qualche modo aiutarlo nelle scelte sonore e compositive. Continuo a sperare per il prossimo album, ma non sono certo.
Voto: 6.5/10
Alessandro Schümperlin















