Prima di addentrarci nell’analisi di questo disco, ritengo doverosa una premessa. Anche gli anticonformisti più incalliti, specialmente nel metal, nelle occasioni più importanti si uniformano al gusto comune e si vestono in abiti eleganti… Al contrario i Vade Aratro, per un evento di spicco come quello della divulgazione del loro ultimo lavoro alla stampa, decidono di non uniformarsi al pessimo gusto di inviare un semplice link via mail e pretendere mille attenzioni, presentandosi invece con eleganza ma anche con tanta tanta simpatia. Impossibile non sorridere benevolmente alla lettera, vergata a mano su carta invecchiata rivolta direttamente alla testata giornalistica di turno, che accompagna il cd assieme a delle dettagliate note esplicative, un rametto di gramigna, simbolo di forza e tenacia, ed una busta disegnata a mano con una bella rana in evidenza, simbolicamente legata al concept del disco. Un volersi accattivare il recensore di turno? Assolutamente no… Chi ascolta non è stupido… Vi spiego bene cosa significa e non è difficile da capire: significa credere fortemente nel proprio lavoro, investire su di esso in tempo, danaro e dedizione. E questo lo si fa solo se ci si crede, solo se si è fortemente convinti che si stia proponendo un lavoro valido. Giunti al quarto full lenght di una carriera ormai ventennale, i Vade Aratro sono sufficientemente navigati da capire che I Racconti Del Macero valido lo è davvero, tanto da affidarlo alle mani del mitico Michele Luppi (che non credo abbia bisogno di presentazioni) che ne ha curato il mastering analogico. E questo si sente dalla potenza, unita ad una perfetta definizione sonora dei singoli strumenti, con cui il sound esce dalle casse dello stereo. Il concept a base di metal “agreste” racconta di un gruppo di ragazzi di provincia che si ritrovano una sera (precisamente quella del 10 agosto 1996) nei pressi di un macero (sorta di stagno artificiale per la lavorazione della canapa fino alla metà del secolo scorso in Emilia-Romagna), magari a fumarsi una bella canna e condividere le proprie avventure di vita. Un racconto affascinante nella semplicità del suo scenario quanto complesso nella molteplicità dei concetti e dei significati espressi nelle liriche, frutto di un lavoro di composizione e ricerca davvero fuori dal comune. Così come eccellente è la modalità con cui le parole stesse si vanno ad incastonare nelle architetture sonore costruite dal micidiale trio. Sinceramente colpisce il modo in cui i Vade Aratro riescono a mescolare un metal profondamente basato sulla NWOBHM più autentica (pescando equamente da Maiden, Saxon, Tank e Raven) e sull’epic metal come quello dei Warlord nei fraseggi della chitarra (e guarda caso il brano di apertura si intitola proprio Warlord) con la tradizione musicale (ricordate che l’Emilia è terra di balere) e cantautoriale (è anche la terra di un certo Guccini…) della loro regione. Una combinazione di influenze, che si sentono senza sopraffarsi l’una con l’altra, davvero originale e soprattutto efficace, che portano questo lavoro a distinguersi in positivo dalla massa di pubblicazioni che cercano uno spiraglio di luce nel mercato. Impossibile segnalare un brano rispetto ad un altro… Il concept va ascoltato per intero e con religiosa attenzione. Possiamo solo dirvi che Marcello Magoni (voce e chitarra) è un frontman dotato di una voce davvero coinvolgente e svolge anche un incredibile lavoro di cesello con la sua sei corde. Federico Negrini (basso, voce) e Riccardo Balboni (batteria, voce) costituiscono una sezione ritmica precisa, potente e capace di vere e proprie prodezze musicali. Pubblicato da Andromeda Relix, che ormai ci sta abituando a lavori di un certo spessore, questo lavoro ci è davvero piaciuto, per cui vi rimandiamo in sede d’intervista per approfondirne la sua conoscenza.
Voto: 9/10
Salvatore Mazzarella

















