di Arianna Fisicaro
Fa sempre una strana sensazione assistere ai concerti dei mostri sacri della musica, quelli che hanno fatto la storia del rock, vedendo allestite le poltroncine per il pubblico seduto in platea. Un po’ come è successo per i Deep Purple a Pisa o, nel caso di Pistoia, per i Jethro Tull. Ma ancora più strano è quando certi artisti che hanno visto le rivoluzioni giovanili, che hanno lavorato sodo per arrivare e mantenere una lunga carriera e hanno visto il mondo cambiare, intimino al pubblico pagante di mettere via i telefoni cellulari, pena la sospensione del concerto.
Se ci si dovesse soffermare dunque solo a raccontare come è stato il concerto di chiusura della 45esima edizione del Pistoia Blues, cosa potremmo mai dire sulla qualità dello spettacolo dei Jethro Tull, che per la quarta volta sono tornati nella cittadina toscana? Gli oltre duemila spettatori in piazza Duomo sono stati la risposta alla voglia di rivedere Ian Anderson, che non ha deluso le loro aspettative, con un concerto, che è stato anticipato dall’esibizione della cantautrice bresciana Strea, un’introduzione acustica e folk perfetta per preparare l’umore della piazza prima dell’arrivo delle leggende britanniche.
Subito dopo, i Jethro Tull hanno preso possesso della scena guidati dall’intramontabile carisma di Anderson, affiancato da una formazione solida che vede al basso David Goodier, alle tastiere John O’Hara, alla batteria Scott Hammond e al debutto alla chitarra Jack Clark.
Il concerto ha proposto un viaggio sonoro che ha alternato il nuovo materiale in studio, tra cui estratti dall’ultimo album “Curious Ruminant” e suite complesse lunghe fino a 17 minuti, ai classici immortali della band, che ha attaccato la serata con il meglio delle sue radici blues espresso nei brani “Some Day the Sun Won’t Shine for You”, “Beggar’s Farm” e “A Song for Jeffrey” per chiudere poi la prima parte con la “Bourrée” mentre l’esplosione collettiva è arrivata sulle note storiche di “Aqualung” e “Locomotive Breath”.
Nonostante i fisiologici segni del tempo sulla voce, Anderson ha dominato la scena con la sua iconica postura su una gamba sola, offrendo performance al flauto traverso ancora capaci di graffiare e incantare. Performance per la quale aveva avvertito il pubblico, di non disturbare con i cellulari. Una richiesta, tipica in particolare durante i live delle band britanniche, avvenuta in tre differenti modi, prima con i cartelli sparsi ovunque per tutta la piazza, poi con gli addetti alla sicurezza direttamente tra il pubblico pagante e infine con una voce di donna che, prima del concerto ha invitato a non fare fotografie con i telefoni fino agli ultimi 10 minuti dello spettacolo, perché avrebbero «disturbato il signor Anderson» che in tal caso avrebbe interrotto lo spettacolo senza riprenderlo in un secondo momento. Un atteggiamento comprensibile per un concerto volutamente analogico, ma forse dimentico del fatto che un tempo la fama degli artisti viaggiava anche sui cosiddetti richiestissimi «bootleg» dei concerti dal vivo, gli stessi concerti dove non vi erano poltroncine dove il pubblico se ne stava buono in contemplazione della performance artistica ma ne era parte integrante, magari un po’ «Dazed and confused» come avrebbero detto i Led Zep, ma felice e vivo.
















