Fin dalla sua creazione (o quasi), sono sempre stato un accanito sostenitore della piattaforma Bandcamp, un portale per la diffusione, scoperta e vendita della musica e del merchandise. Penso che attualmente sia l’unica piattaforma che in qualche modo faccia ricordare i gloriosi tempi di MySpace. Circa un decennio fa, gli algoritmi mi hanno portato a conoscere una formazione black metal indonesiana chiamata “Pure Wrath”, che mi catturò fin da subito e di cui comprai man mano tutte le produzioni rilasciate in formato digitale. Certo, “formazione” è un termine un po’ da chiarire, in quanto (come accade tra l’altro in diversi progetti black metal) si tratta sostanzialmente di una one-man band gestita da un certo Januaryo Hardy e che poi saltuariamente vede l’aggiunta e la collaborazione di altri musicisti del settore.
Trovandomi in Europa, non ho avuto modo di vivere in prima persona la scena metal Indonesiana, ma posso comunque affermare che non sono celebri a livello mondiale per il metal in generale, figuriamoci per il black metal che tipicamente non si sposta troppo dalla Scandinavia o comunque dal Nord-Europa se non per proporre imitazioni o soluzioni derivative dalla scuola appunto Scandinava.
Ebbene, il progetto Pure Wrath non solo propone un black metal molto solido e ben suonato, ma non risulta nemmeno una scopiazzatura di quanto proposto in Europa: a metà strada fra un contemplativo atmospheric e un feroce depressive, con tinte post: l’unione dei tre filoni è semplicemente perfetta e in questo quarto album dal titolo “Bleak Days Ahead” trova la sua massima espressione creativa. Questo nuovo album suona brutale e malinconico, disperato e onirico assieme: ha una spiccata capacità di essere epico senza essere folk, melodico senza diventare “gothic”, atmosferico senza scivolare nell’ambient.
Le cinque lunghe tracce che compongono il disco (per una durata totale che supera di poco i 40 minuti), scivolano via nel lettore e più l’ascoltatore decide di dedicarsi in maniera attiva all’ascolto, più l’album dona emozioni profonde e strutturate. Se proprio devo citare un difetto, posso puntare il dito alla pronuncia inglese imperfetta, ma non provenendo da un paese madrelingua inglese è normale e comunque lo si nota solo nelle (pochissime) parti parlate o cantate in clean.
Questa breve recensione arriva purtroppo con qualche mese di ritardo rispetto all’uscita dell’album, ma spero comunque di aver reso un po’ di giustizia ad un album che merita davvero molta attenzione e plauso.
Voto: 8,5/10
Francesco “Grewon” Sarcinella
















