Il tema dei pirati e della loro romanticizzazione ci accompagna da molti anni: negli anni ’90 con Peter Pan e Capitan Uncino, negli anni 2000 con la saga dei Pirati dei Caraibi. Era prevedibile che questo immaginario trovasse terreno fertile anche in ambito musicale e, sorprendentemente, il filone non è così inflazionato come si potrebbe pensare. I primi a mettere piede nel metal “piratesco” sono stati gli Alestorm (folk/power metal), seguiti dai Visions of Atlantis (power sinfonico) verso la fine dello scorso decennio.
A loro si aggiungono ora le spagnole Pirate Queen (power sinfonico), di cui mi accingo a recensire il nuovo album, in uscita a settembre e già registrato sotto l’etichetta svedese Despotz Records. Un accostamento curioso, considerando che la label ha sempre privilegiato sonorità più estreme: basti pensare ai finlandesi Thyrfing, il nome più noto del loro roster. Una scelta che dimostra come il valore di una band possa superare i confini del genere.
Le Pirate Queen propongono un power metal sinfonico schietto e sincero, che passa dal cuore allo studio di registrazione senza troppi artifici. Chi apprezza gli Alestorm potrà certamente ritrovare qualcosa di familiare, anche se le maggiori affinità le vedo con gli austriaci Visions of Atlantis per temi e strutture musicali, mentre con gli italiani Alterium per linee vocali e mood generale. Le band citate sono guidate da musicisti di altissimo livello e, sebbene la formazione spagnola possa sembrare più “casereccia”, possiede una simpatia e un’alchimia interna che la mette subito sullo stesso piano delle sue “sorelle”.
Divertente anche la lore scelta dal gruppo: ogni musicista ha adottato un soprannome piratesco e un background immaginario che risale al 1500. Non incide direttamente sulla musica, ma arricchisce l’immaginario e si sposa perfettamente con il genere.
Musicalmente l’album si difende molto bene: le canzoni sono orecchiabili ma mai scontate, e non emergono richiami troppo evidenti ad altri brani. Il disco scorre veloce… forse fin troppo. L’unico vero limite è infatti la durata: in appena mezz’ora si può stupire e catturare, ma difficilmente consolidare un legame più profondo. Dieci minuti in più avrebbero sicuramente giovato.
Detto questo, Travelling Around the World è un buon album che consiglio vivamente agli amanti del power metal più leggero e battagliero, o a chi apprezza i nuovi Visions of Atlantis. Infine, merita una menzione anche la copertina: semplice, casereccia, ma davvero carina e perfettamente in linea con la sincerità della proposta musicale.
Bravissime Pirate Queen!
Voto: 7/10
Francesco “Grewon” Sarcinella
















