“La figlia spirituale di Bryan Adams e Kim Wilde”: è così che avevo definito la britannica Cheryl Kane, in arte “Chez”, la prima volta che quattro o cinque anni fa ascoltai il suo disco di debutto. Il rock anni ’80 ha certamente lasciato un’impronta indelebile in tutti coloro che lo hanno vissuto in prima persona – io ero molto piccolo ma ricordo ancora chiaramente il mood e le sonorità delle rockstar dei tempi – ma anche in chi è nato decenni dopo e ha iniziato letteralmente a idolatrare quei tempi basati musicalmente sulla spensieratezza, sulla leggerezza di spirito, sulla libertà. Tastiere a profusione, melodie accattivanti, assoloni di chitarra e grinta da vendere: vi erano molti punti in comune fra le varie band e artisti singoli che si avvicendavano in quel decennio, ma in qualche modo ognuno riusciva a offrire qualcosa di nuovo e di fresco senza copiarsi l’un l’altro, ma solo ispirandosi a vicenda e spesso anche collaborando assieme in duetti.
Il background musicale di Chez, tuttavia, è più duro e pesante di quanto si immagini: ella proviene infatti dai Kane’D, una hard rock/sleaze metal band composta dalle tre sorelle Kane (un po’ come avevano fatto i Corrs, ma in versione dark e senza accenni alla musica folk) e altri musicisti a completarne la formazione. Con i Kane’D ha realizzato un EP di debutto nel 2009 e poi tre solidi full-length, per poi mettere in pausa il progetto nel 2020 in virtù della carriera solista sotto il monito Chez Kane. Il risultato è stato un alleggerimento del sound e un’adesione chirurgica a tutti i dettami dell’AOR e del pop-rock di quegli anni. Già, non si parla di “background ottantiano ma unito a sonorità moderne”, bensì di pura trasposizione dei suoni, delle melodie, persino del mixaggio (che a quei tempi era anche analogico!) tipico degli anni ’80, come se l’album fosse stato davvero rilasciato 35-40 anni fa. Produzione dunque mirata e coerente con lo scopo di riportare in auge tutto quello che era stato abbandonato negli anni ’90 con l’avvento del fenomeno grunge, ma mai dimenticato. Bisogna inoltre precisare, per chi non segue il genere, che nell’ultimo ventennio c’è stata una vera e propria esplosione di artisti, musicisti, compositori, DJ, che hanno dedicato i propri lavori agli anni ’80: non a caso anche il movimento Synthwave (genere musicale verso il quale sono religiosamente devoto) è nato proprio nei primi anni 2000, si è sviluppato poi a seguire e non accenna minimamente a retrocedere.
Dopo questa lunga introduzione non posso dunque nascondermi dall’ammettere di essere un fan di Cheryl da lungo tempo, ma prometto di essere oggettivo nella stesura della recensione di “Reckless”, nuovo album in imminente uscita sotto l’Italiana Frontiers Records; se non altro, il fatto di essere un fan accanito dovrebbe rendermi anche più “tecnico” e pignolo, riconoscendo le piccole differenze fra il nuovo lavoro e il precedente “Powerzone” o l’omonimo disco di debutto di Chez Kane.
Ebbene, complessivamente Reckless non delude minimamente le aspettative: quello che ci si aspetta è esattamente ciò che poi si ottiene: bombe ottantiane piene di riff poderosi e arrangiamenti antemici ma tenuti quasi sempre nei 4/4, acuti e linee vocali da brividi, di quelle che si possono cantare solo con due espressioni sul volto: quella felice o quella arrabbiata (o un mix di entrambe). Non viene infatti lasciato alcuno spazio alla tristezza o alla depressione: persino le liriche che parlano di storie d’amore che finiscono, vengono sempre supportate da melodie grintose e incoraggianti, perchè gli anni 80 parlano di libertà, di vita, di gioia e di fiducia nel futuro. Rispetto al disco di debutto e al successivo Powerzone, su Reckless vediamo un leggero arretramento delle chitarre (perlomeno nella regolazione dei loro volumi), che lasciano invece più spazio alle tastiere: sono infatti le tastiere le vere protagoniste di questo nuovo lavoro, persino più della voce, che nel complesso ha meno spazio da solista e viene coperta da cori. Questo risultato è un po’ dolceamaro in quanto rende certamente il disco più compatto, da ascoltare intero, ma di contro rende anche i pezzi leggermente meno unici e indimenticabili. Devo infatti ammettere che su Reckless non ci sono brani filler, tutte le canzoni che lo compongono tengono alto il risultato, ma talvolta manca quella grinta necessaria per spingersi un po’ più in là, manca un po’ una “Ball N’ Chain”, una “I’m Ready (For Your Love)” capaci di trainare anche da sole l’intero disco. Un passo indietro, quindi? No, assolutamente! Semmai un passo verso l’esterno, su un binario leggermente fuori dal sentiero che si stava percorrendo in precedenza e che non mancherà di deliziare i canali uditivi di chi adora gli anni 80 in musica, soprattutto perchè si riscontra una personalità sempre più ben definita, unica e sempre meno derivativa. Un po’ meno Bryan Adams dunque (nonostante il titolo dell’album), e un po’ più Kim Wilde; meno Dokken e più Europe: sono semplicemente facce diverse dell’eccellenza, coi loro pro e i loro contro. Come altri artisti di riferimento per l’album in uscita posso citare anche le Heart, i Roxette, Belinda Carlisle, Cindy Lauper.
In conclusione, mi congratulo con Cheryl (che incontrerò a fine Marzo a Edimburgo per la presentazione del disco.. non vedo l’ora!) per questa nuova validissima prova a confermare il ragguardevole talento e la voglia di far sentire la propria voce. Spero davvero che Reckless abbia il successo che merita e che sia in grado di avvicinare sempre più fan a questa splendida artista. Gli anni 80 non saranno mai dimenticati!
Voto: 8/10
Francesco “Grewon” Sarcinella















