Premessa: conoscevo i Labyrinth fin dai tempi di “No Limits”, ma onestamente quel disco era passato un po’ in sordina.
La vera folgorazione arrivò nel marzo del 1998, quando il mitico Klaus Byron (R.I.P.) mi diede il demo tape di “Return to Heaven Denied” (non era ancora la versione definitiva).
Qualche mese più tardi conobbi la band a Firenze, dove suonavano come gruppo di supporto a un “certo” Yngwie Malmsteen… quella fu la prima volta che li vidi dal vivo e che li conobbi anche personalmente.
Erano quindici anni, da quel Pistoia Blues in compagnia di HammerFall e Gamma Ray, che per un motivo o per l’altro non vedevo i Labyrinth dal vivo. Una delle mie band preferite in assoluto, una di quelle che, insieme ai Vision Divine, ho visto più volte in concerto nel corso della mia vita.
La location è di tutto rispetto: il Santomato Live, in provincia di Pistoia. Un locale fantastico, dotato di un’ottima acustica (anche grazie al bravissimo fonico Tiziano Betti), luci eccellenti e lo spazio ideale per assistere a un concerto e scattare anche ottime foto. Uno dei pochi locali di questo livello in centro Italia e non solo, troppo spesso sottovalutato a favore di spazi molto più piccoli e decisamente inadatti a concerti di questo genere.
La scaletta verte principalmente sull’ultimo album in studio, “In the Vanishing Echoes of Goodbye”, e sul capolavoro “Return to Heaven Denied”.
Il concerto si apre con “Welcome Twilight” e ci restituisce una band in grandissima forma, impeccabile. Si prosegue sulle note di “Lady Lost in Time”, con il buon Olaf che a inizio brano si siede davanti alla batteria per godersi i vocalizzi del CR7 del metal italiano, alias Roberto Tiranti.
Si continua con la travolgente “New Horizons”, impreziosita dai mirabolanti soli e dal continuo botta e risposta tra Andrea Cantarelli e Olaf Thorsen. È poi il turno dell’anthemica “The Right Side Of This World”, tratta dall’ultima fatica in studio.
Non poteva mancare “In the Shade”, che riesce sempre a esaltare la voce di Roberto (che acuti! Nonostante i suoi 52 anni e il mal di gola che lo accompagnava). Pur non essendo un brano originariamente scritto e interpretato da lui, sembra calzargli addosso come un abito su misura.
Si rallenta un attimo con “Out Of Place”, in attesa della canzone “d’amore” — che Roberto presenta ogni volta come una ballad, anche se è tutto fuorché un lento — perché “Thunder” è una vera mazzata che esalta, se mai ce ne fosse bisogno, la sezione ritmica dei due “martelli” Mattia Peruzzi e Nick Mazzucconi (ma che mostro di bassista è? Era la prima volta che lo vedevo dal vivo: impressionante !).
È il momento per rilassarsi con “Falling Rain”; da Architecture of a God viene proposta “Still Alive” (anche se personalmente avrei preferito “Bullets”, una delle mie tracce preferite del disco), seguita in scaletta dalla strumentale “Feel”.
Si ritorna nel paradiso proibito con “State of Grace” e la strepitosa “Die for Freedom”. A chiudere la serata non poteva che essere la sempre verde, immortale e longeva “Moonlight”, con il pubblico a cantare a squarciagola insieme alla band. Dopo circa 75 minuti si conclude il concerto, che ha visto anche Roberto intrattenere il pubblico con la sua proverbiale simpatia, fatta di battute e dell’immancabile imitazione del comico romano Bombolo.
Tiranti, oltre a essere un cantante strepitoso, è anche un ottimo cabarettista: un artista a 360 gradi.
Unico neo, l’assenza in scaletta di brani tratti da “Sons of Thunder”: mi sarei aspettato almeno una canzone tra la title track, “Chapter One” o “Kathryn”, ma va benissimo così.
Che dire, vedere i Labyrinth è sempre un’emozione. Come la prima volta, come quando incontri una ragazza al primo appuntamento: con i Labyrinth è stato amore a prima vista, un amore eterno.
Grandissima band, formata da musicisti eccellenti.
Lunga vita ai Labyrinth e speriamo che non passino altri 15 anni prima di poterli rivedere dal vivo.
Stefano Gazzola








































