di Maurizio Mazzarella
Ozzy Osbourne se n’è andato, ma il suo ruggito riecheggerà per sempre nel cuore del rock. Figura controversa e carismatica, John Michael Osbourne — nato a Birmingham nel 1948 — è stato molto più di un semplice cantante: è stato un simbolo, un’anomalia, un profeta oscuro capace di incarnare le paure e i desideri di intere generazioni. La sua morte segna la fine di un’epoca, ma il mito resta vivo, incastonato nella storia della musica come una cicatrice gloriosa.
Con i Black Sabbath ha dato vita a un nuovo linguaggio sonoro, inventando di fatto l’heavy metal. I riff apocalittici di Tony Iommi e la voce graffiante e paranoica di Ozzy hanno risuonato per la prima volta nel 1970 con un album omonimo che ha riscritto le regole del rock. Da lì in poi, nulla sarebbe stato più lo stesso. “Paranoid”, “War Pigs”, “Iron Man”: inni generazionali nati dalle viscere di un’Inghilterra industriale in crisi, ma con l’anima accesa di ribellione e visione.
La carriera solista, cominciata nel 1980 dopo l’uscita dai Sabbath, è stata un’altra corsa sulle montagne russe: dischi come Blizzard of Ozz e Diary of a Madman hanno consacrato il suo status di icona assoluta, mentre le sue performance live, teatrali e sempre al limite dell’autodistruzione, lo hanno reso leggenda. Dietro gli eccessi — i pipistrelli, le provocazioni, le dipendenze — c’era però un artista profondo, istintivo, capace di emozionare e sorprendere, anche nei momenti più fragili.
Ci piace ricordare, tra le pagine più autentiche della sua storia, la profonda collaborazione con Lemmy Kilmister, l’indimenticabile leader dei Motörhead. Due anime dannate ma geniali, legate da un’amicizia vera e da canzoni memorabili come Mama, I’m Coming Home e Hellraiser. Due icone metal di cui sentiamo profondamente la mancanza, due spiriti liberi che hanno scritto la colonna sonora dell’inferno… e ce l’hanno fatta amare.
E c’è una gemma nascosta che merita di essere ricordata: My Little Man, brano toccante contenuto nell’album Ozzmosis (1995), scritto proprio da Ozzy insieme a Lemmy. Una canzone intensa e delicata, dedicata al figlio di Lemmy, che mostra un lato tenero e umano di due figure altrimenti associate al caos e all’eccesso. Un gesto di amicizia e sensibilità, che rende ancor più profondo il legame tra questi due giganti del rock.
Ozzy è stato anche un simbolo televisivo e culturale con The Osbournes, reality che lo ha restituito al pubblico come uomo e padre, in un ritratto disarmante di quotidianità e fragilità. E negli ultimi anni, nonostante i problemi di salute, ha continuato a registrare, collaborare, vivere per e con la musica, come dimostrano gli ultimi album Ordinary Man e Patient Number 9.
Ozzy non è stato perfetto. È stato umano, vulnerabile, caotico. Ma proprio per questo è stato autentico. La sua voce ha dato forma all’oscurità, ma con uno spirito ribelle e vitale che ha ispirato milioni di persone. Oggi lo salutiamo non con tristezza, ma con gratitudine: per la musica, per la follia, per averci mostrato che anche nell’ombra può brillare una stella.
Long live the Prince of Darkness.
















