Su un gruppo di appassionati di metal su Facebook, qualcuno ha scritto che i The Modern Age Slavery sono il gruppo italiano più sottovalutato. Una affermazione decisamente impegnativa, ma di certo l’ascolto di “1901: The First Mother” mi ha fatto capire meglio che l’interesse verso questo gruppo è decisamente giustificato.
Questo gruppo che ha le sue radici fra Modena e Reggio Emilia, se ho capito bene, visto che note biografiche a me non sono toccate, torna dopo 6 anni di distanza da “Stygyan” e propone un disco che dovrebbe fare parte di una trilogia che esplora, a livello di testi, lo sfruttamento dell’uomo nella moderna società, in ossequio al nome scelto per la band.
Diciamo subito che, anche se il gruppo è catalogato come deathcore in quanto a genere musicale, in realtà l’ascolto prolungato di queste tracce fa emergere una serie di influenze che abbracciano uno spettro decisamente vasto del metallo estremo : brutal, industrial, nu metal e tanto altro, conferendo a “1901 : The First Mother” una accattivante varietà, spesso assente in produzioni che possiamo definire appartenenti alla stesso filone.
Sicuramente, rispetto alle precedenti opere, i The Modern Age Slavery fanno un deciso salto di qualità nell’orchestrazione delle loro composizioni grazie all’ultimo ingresso, Ludovico Cioffi, che suona la chitarra e si aggiunge a un team di ottimi musicisti, capitanati dalla voce di Giovanni Berselli. Si tratta di Mirco Bennati al basso, Luca Cocconi alla chitarra e Federico Leone alla batteria.
Il suono è ottimamente prodotto e scaturisce maturo, potente ma non sfocia mai nella confusione, con un curioso e particolare uso del blast beat della batteria, che sembra essere lo strumento centrale nel risultato finale del gruppo, come nella iniziale “Pro Patria Mori” dove un riff industrial-death si avvolge alla sezione ritmica e alla ottima voce di Berselli che anche nelle parti sostenute mantiene una struttura comprensibile e trainante. “Klld” è un deathcore claustrofobico che presenta anche qualche passaggio djent, come usano fare molti in questa fase musicale.
La tecnologia ha la sua ribalta con “Irradiate all the earth” con effetti davvero particolari che esaltano l’attacco diretto della musica di questi emiliani davvero scatenati che, con “The Hip” usano una ritmica battente e qualche passaggio djent per dare una impronta molto personale alla loro proposta, come peraltro il “Lilibeth” apparentemente darkeggiante, prima di esplodere in tutta la sua furia.
Minuti di rabbia sono racchiusi in “Overture to Silence”, mentre le influenze industrial sono piuttosto evidenti in “Oxygen”, altro brano di grande livello, come tutta l’opera, dobbiamo dire.
In “Nytric” siamo in territori più death e, come nella maggior parte dei brani, ci sono assoli chitarristici molto interessanti. Dopo l’intermezzo “Victoria’s Death”, poco più di un minuto di cuscinetto, arriva “The Age of Great Man” che avvicina il gruppo ai Korn, di cui peraltro eseguono anche una cover, come brano finale, l’ottima “Blind”. Si tratta di una canzone diversa dalle altre, con un crescendo rabbioso, con un bridge tecnologico a bilanciare le parti di un brano che presenta un tempo rallentato rispetto al resto del disco e propone un prog-death molto particolare che potrebbe essere, a mio modesto avviso, una linea di evoluzione ulteriore dei The Modern Age Slavery che potrebbe consentire un ulteriore salto di qualità di una band che comunque si assesta sicuramente su un livello alto di una ipotetica scala di lavori nazionale ma anche internazionale.
Voto: 7,5/10
Massimiliano Paluzzi















