Dall’Australia arriva il nuovo lavoro di Dead City Ruins, che si colloca nel filone dell’hard rock già solcato da decine di band, con alcuni vertici tipo Airbourne, come nella iniziale “Preacher” che presenta un coro anthemico molto utile in sede live. I riff sono sporchi, graffianti, mentre la voce del nuovo singer Steve Welsh è veramente valida, sia come intonazione che come modulazione. Pur non conoscendo bene la produzione precedenti di questi alfieri di Melbourne, un cantante con un tiro simile è certamente un valore aggiunto a un gruppo che propone musica molto diretta e non certo inesplorata.
Nelle note per la stampa ci tengono a sottolineare che è la passione che li spinge e questo sembrano trasmetterlo con grande semplicità. La band è composta, oltre che da Welsh, da Tommy Cain e Sean Blanchard alle chitarre, Thomas Murphy al basso e Nick Trajanovski alla batteria.
Dicevo di riff magari già sentiti e “Vision” ne propone uno non certo nuovissimo, ma è la grinta con la quale viene proposto a fare la differenza e la song dimostra appieno la sua dimensione soprattutto quando entrano in azione le parti soliste di chitarra. Anche Slash, nello sviluppo delle trame chitarristiche, sembra una influenza importante, come nel brano “Madness”, che conferma l’alta qualità anche complessiva del combo aussie, giunto al quarto album.
La dinamica “Speed Machine” è un altro esempio di sonorità conosciute ma trattate con grande personalità, il riff “circolare” è comunque molto intrigante, così come l’assolo tendente alla psichedelia, mentre “Rain”, nel cantato e nell’orchestrazione, mi ricorda i notevoli Alice in Chains, che Welsh apprezza, tanto da inviare il demo con il provino con dodici interpretazioni diverse di “Dirt”.
E’ abbastanza anthemica “Dog on a leash”, che viaggia su un ritmo decisamente incalzante, con un intermezzo boogie, mentre un ritmo tribale e una linea chitarristica da shredder caratterizzano “The side of the dirt”, uno degli episodi più particolari di questo “Shockwave”.
“Drifter” è un tempo medio, dove si sente molto bene la qualità del basso, insieme agli altri interpreti dei Dead City Ruins, in giro con diversi tour, insieme ai Rival Sons e Monster Truck. Come dichiarano, proprio ascoltando le reazioni del pubblico cercano di orientare la composizione di nuovo materiale.
Ancora un retrogusto acido accompagna l’ascolto di “Spiders”, che presenta un riff davvero brillante, seguita da “End of the line” e “Blood Moon” dove emerge un netto background blues, sia nella costruzione del brano che nella esecuzione. “The Sorcerer” conclude l’album con un altro esempio di ottimo rock’n’roll energizzato.
Secondo me saranno una bomba live, ma anche il disco non è certo da meno.
Voto: 7,5/10
Massimiliano Paluzzi















