Approfittando del lockdown e della forzata limitazione della vita sociale, Demetrio “Dimitry” Scopelliti ha scritto, realizzato interamente da solo questo disco solista, “V”, che lo rappresenta al massimo della sua dimensione artistica, visto che nessun altro ha partecipato al processo compositivo e alla realizzazione dei brani.
“V” è dunque un disco interamente strumentale, molto complesso, che mette in evidenza la grande capacità esecutiva di Dimitry, che ha cominciato giovane a suonare e che ha potuto girare il mondo con la sua band, gli Arcadia, che suonavano essenzialmente progressive metalcore.
Dopo quella esperienza Scopelliti ha suonato in molti altri contesti, compresa la sua ultima band, i Dammercide, e partecipando a molti progetti musicali, forte di una serie di attestati scolastici in campo musicale molto rilevanti.
Come è facile capire dal titolo, si tratta del quinto album solista da parte del chitarrista e polistrumentista italo-norvegese, visto che da anni risiede e insegna in istituti prestigiosi della Norvegia.
Ascoltando i brani, mi pare di capire che la sua più rilevante fonte di ispirazione siano Steve Vai e la sua multiforme espressività chitarristica, che, come tutti sanno, deriva dalla sua collaborazione con Frank Zappa, Ronnie Montrose, per la soluzione sonora finale e Satriani per certi passaggi chitarristici molto accentuati.
Per Scopelliti non possiamo certo parlare di plagio, ma solo di una onda lunga, per un’opera che a mio modesto avvisto presenta troppa uniformità, con le composizioni che tendono ad assomigliarsi sia nella partitura che nello sviluppo dei brani.
Certamente, se questo è un po’ il limite di “V”, devo altrettanto mettere in evidenza la grande capacità esecutiva di Scopelliti e la ricerca di un suono chitarristico “sintetizzato” che in certi casi avvicinano la proposta del chitarrista di Vercelli a certe produzioni industrial, intese come suono complessivo.
I brani, come già detto, si assomigliano ma ci sono spunti molto belli, come la linea melodica che caratterizza l’iniziale “Afterworld”, i passaggi ritmici in controtempo e molto sofisticati di “Devil you know”, le dissonanze montrosiane di “Deva” che nel titolo mi ricorda appunto un disco dello storico chitarrista.
Visto che nel chitarrismo solista non c’è più tantissimo da inventare, “Divergence” si avvicina all’altro mostro sacro Joe Satriani, nella melodia che innerva di se la linea chitarristica centrale del brano, sia pure in presenza di quei suoni cibernetici cui facevo riferimento in precedenza che non disturbano, anzi arricchiscono il tutto. Il brano migliore, che ho infilato nella mia ultima playlist, è però “Ghost in the machine” dove Scopelliti fa un trattato di techno-shred con un potente riff metal-rock e una progressione in crescendo davvero notevole.
Altro riff brillante e metallico “The None”, mentre Satriani torna affacciarsi in “Euphoria”. Un brano più arioso è “Inspiria”, mentre il groove si affaccia con l’interessante “Entropy”, brano che sembra volersi distinguere dagli altri. IL disco si chiude con l’episodio probabilmente più heavy , “Aftermath”, con le solite digressioni sintetiche che accompagnano il classico suono chitarristico.
Promozione assoluta dunque per la capacità chitarristica di Dimitry, che può tranquillamente cimentarsi anche in band di ottimo livello, mentre lo invitiamo a comporre in modo leggermente più vario per rendere la sua musica ancora più brillante.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi















