Sono passati 4 anni dalla pubblicazione di “War of the worlds pt.1” e del nuovo album dei Symphony X nessuna traccia, cosi per “ingannare” l’attesa, il funambolo delle sei corde da’ alle stampe la seconda parte di “War of the worlds” (pt.2). La formazione e’ pressoche’ la medesima, ad eccezione fatta del cantante, esce Rick Castellano ed entra Dino Jelusick (Trans-Siberian orchestra, Whitesnake): scelta azzeccata ? per me NI’…ma questo lo vedremo piu’ avanti.
L’album si apre con la classica intro sinfonica, dal sapore cinematografico-fantascientifico; con “Divide & Conquer ” si comincia a picchiare duro, brano sulla falsariga di “Fear the unknown”, molto bello e melodico il refrain. La voce di Jelusick e’ un mix tra Jorn Lande e Russell Allen (nelle parti cantate piu’ “cattive”); nel complesso e’ un ottimo up-tempo in cui si esalta tutta la sezione ritmica e trova spazio, nell’assolo di chitarra, un “tapping” iper-tecnico dove Romeo sfoggia tutta la sua bravura.
“Destroyer” e’ uno dei brani piu’ “oscuri” (se cosi possiamo definirlo), dal sound “orientaleggiante” (grazie all’uso sapiente di sitar e tastiere) che ci proietta nell’antica Mesopotamia; la traccia si attesta tra le piu’ convincenti del disco.
Arriva il turno del brano piu’ camaleontico dell’opera, “Metamorphosis”, pezzo scandito da diversi cambi di tempo (ritmo), un incrocio tra prog-metal e hard rock alla Whitesnake. Per certi versi la traccia puo’ essere considerata una lontana parente di “Serpent’s kiss” dei Symphony X; come si evince (anche) dal titolo del brano, e’ una metamorfosi “musicale” continua.
Dopo la strumentale “Mothership”, ecco la pseudo-ballad “Just before the dawn”, traccia che si muove su territori (gia’) “pienamente” esplorati con la band madre, stilisticamente vicina a “The accolade” (1 e 2).
Altra brano molto variegato e’ “Hybrids”, forse anche quello meno “easy listening” del disco; molto bella la melodia della chitarra, per questa traccia a tratti malinconica, che aumenta il suo pathos verso la fine con un crescendo emotivo.
“Maschinenmensch” e’ la traccia piu’ lunga del disco con i suoi 9 minuti, anche questa come la precedente “Hybrids” necessita di ripetuti ascolti prima di poter essere assimilata. Il main theme , specialmente a livello orchestrale, rimanda a piu’ riprese a quello presente in “War of the worlds pt.1”.
In chiusura del disco troviamo le due tracce che maggiormente si avvicinano ai Symphony X di “Iconoclast” : “Parasite” e la bonus track “The perfect weapon”, quest’ultima si attesta come la seconda traccia piu’ “lunga” del disco con i suoi 8 minuti di durata, la maggior parte dei quali sono strumentali. Lo stacco iniziale di basso, batteria e chitarra di “The perfect weapon”, ricordano vagamente quelli di “Sea of lies”.
C’e’ spazio per altri due brani strumentali, il primo “Brave new world” (traccia conclusiva del disco) dove ritroviamo il main-theme che caratterizza questi due “War of the worlds”, ma i veri punti di forza sono i cori epici e i vocalizzi lirici presenti sullo sfondo (sotto-fondo). Il secondo brano strumentale posto in chiusura, e’ anche la “seconda” bonus track presente nel disco, “Alien deathray”: senza infamia e senza lode.
Il “cantato” di questo “War of the worlds pt.2” risulta piu’ “cattivo” e “sporco” rispetto alla pt.1, anche per via dell’avvicendamento dietro al microfono tra Castellano e Jelusick. Veniamo alla prestazione del cantante croato che e’ davvero molto bravo, ma ha un timbro vocale “clone” e risulta stilisticamente poco “personale”: fantasmi di David Coverdale aleggiano nella sua voce, infatti (non a caso) e’ recentemente entrato a far parte dei Whitesnake.
Non ho mai amato particolarmente i cantanti con le voci “clone” o quelli che cercano di emulare vocalmente i loro idoli, nello specifico Jelusick o lo stesso Jorn Lande (per fare un altro esempio) hanno voci troppo simil-Coverdale. Preferisco e apprezzo le voci “uniche” e “piu’ personali” come quelle di Russell Allen, Roy Khan o Roberto Tiranti. Rick Castellano era “indubbiamente” inferiore a Jelusick da un punto di vista tecnico, ma a mio avviso era (e’) piu’ “personale”, avendo una voce diversa da quelle che si sentono –di solito- in questo tipo di dischi.
Concludo facendo un plauso particolare al lavoro mostruoso fatto dietro alle pelli da John Macaluso e a quello di Simone Mularoni per quanto concerne il mix e il master.
Voto: 8/10
Stefano Gazzola















