Gli Angelus Apatrida sono una mosca biancha, anzi direi praticamente traslucida. In tutta la loro carriera nessun cambio di lineup e questa è la prima cosa che “sconvolge”. Il secondo fatto che sconvolge è l’uscita lo scorso 5 febbraio il loro nuovo album, omonimo, “Angelus apatrida” appunto tramite la Century Media Records ed ü una bella mazzata sui denti.
Questo lavoro esce dopo quasi tre anni di distanza dal precedente: “Cabaret de la Guillotine” e sotto un certo aspetto ripercorre le stesse tipologie compositive e dall’altro da una sferzata di aggressività aggiuntiva.
Ragionamento trasversale per chi non avesse mai avuto a che fare con il combo ispanico: Il loro modo di lavorare è un thrash metal vecchio stile di tipica impronta americana. Il composto è mediamente invaso da risoluzioni alla Anthrax, alla Pantera, alla Megadeth dei primi periodi, alla Overkill ed a tutto il panorama Thrash a stelle e strisce; di conseguenza avete “in mano” cosa aspettarsi da questo lavoro.
Va sottolineato però che seppur vi sono dei rimandi alle band di cui sopra, la band mette del proprio, sia nelle composizioni che negli arrangiamenti rendendo di fatto le dieci canzoni dell’album un lavoro fatto con una certa cura ed una certa passione.
Le scelte da mixer sono molto interessanti e di alto livello. Chitarre affilatissime e che si percepiscono al meglio; una batteria bella corposa e veloce il quanto basta per far scattare la voglia di scapocciare e di saltare. Un basso percepibile in modo chiaro, anche se leggermente in ombra, e una voce rabbiosa ed, anch’essa parecchio affilata.
La produzione, dicevo poco sopra, è ottimale, che fa in modo di far esaltare le capacità degli artisti e non rende tutto un “pastone indistinto” non è cosa da poco e neppure un dato scontato. Quindi punto in più per la band. Inoltre hanno saputo rimanere “fedeli alla tradizione” pur evolvendo le scelte di post produzione e rendendo l’ascolto interessante e non scontato.
Come sempre vi segnalo le particolarità dell’album sotto forma di canzoni:
“Indoctrinate” che è anche la opener dell’album, “We Stand Alone”, “Through The Glass”, “Rise and fall”, “Childhood’s end” ed “Empire of Shame” sono le perle che mi hanno colpito immediatamente. Come sempre vi invito a prendere l’album e a far vostro questo lavoro per decidere le vostre, ma come sempre penso di aver azzeccato la maggior parte dei brani che saranno di vostro gradimento.
Concludendo, questo “Angelus Apatrida” non è una rivoluzione del genere, non abbiamo delle novità mai ascoltate prima, ma abbiamo un lavoro genuino compatto e ben lavorato che dimostra che si può far bene pur non dovendosi arrampicare in manierismi strani.
Voto: 7.5/10
Alessandro Schümperlin
















