“Se non ci fosse l’inferno, saremmo come animali. Niente inferno, niente dignità”. Flannery O’Connor
Esiste una band che è tutto tranne che commerciale, ma che è riuscita a vendere 2 milioni di dischi? Esiste una band che in 15 album non si è discostata di un solo pollice dal suo sound, eppure continua a sfornare album devastanti? Esiste una band che solo per le copertine, create da Vincent Locke, lascia atterriti buona parte della gente comune, eppure scorrazza su e giù per il mondo portando a casa sold-out continui? La risposta non è un solo e semplice: sì, ma è assiomatica e le due parole indissolubili sono: Cannibal Corpse.
Violence Unimagined è il XV album edito per la granitica Metal Blade Records, che più che una casa discografica è un’istituzione nel panorama metal mondiale.E se una band sotto Metal Blade è al vertice del proprio genere, che ha praticamente inventato, da 30 anni e continua a vendere caterve di dischi io sicuramente non sarò uno di quelli che scrivono che Violence Unimagined è il “solito” nuovo album dei Cannibal Corpse. Anche perché al pari di quello che accadeva negli anni ‘80 con la Kiss-mania, il sottoscritto ha un armadio pieno di cose che con la musica non hanno proprio niente a che fare…ma che c’entrano parecchio con il metal e soprattutto con i Cannibal: maglietta di Butchered at Birth, longsleeve di Tomb of Mutilated presa in uno dei peggiori mercatini di Lima (e non sto scherzando – quella volta dovetti uscire armato), felpe varie con il logo della band, cuffie e polsini. Per non parlare di poster, dischi e toppe varie cucite praticamente ovunque…ok, la smetto…si è capito che sono un maledetto fan della band. E quindi arriviamo al nodo cruciale di questo articolo…potrà mai l’imperturbabile John Sanchez recensire con freddezza e professionalità, come tanti suoi esimi colleghi di altre testate, il nuovo lavoro di Webster e soci? Chiaramente: No. Perché, cari amici che state leggendo questo trafiletto, la musica non è una questione di pura formula matematica, non è una sterile espressione critica oggettiva – data anche ascolti pluri-decennali di dischi – non è un semplice ragionamento logico che da A va a C, passando per B…e che quindi basta mettere i dati in una Enigma Machine e salta fuori il voto finale. La musica è passione, è sofferenza, è presa di coscienza, è stato d’animo…è tutto quello che può essere sentito, ma che non può essere misurato. Perché arriva direttamente, soprattutto la musica che non è tangibile, all’essenza dell’Io. Un dipinto lo osserviamo e lo contempliamo, ma un disco passa nota dopo nota nella nostra mente e suscita emozioni diverse a secondo del mezzo (cioè le diverse persone) che attraversa. In alcune si ferma e in altra passa…a seconda della sensibilità della persona stessa.
Ergo il nuovo Cannibal è: devastante, puramente violento, totalmente fedele a quello che hanno sempre voluto dirci (o meglio: gridarci in un lago di sangue) i ragazzi di Buffalo. Gli 11 Brani in 42 minuti primi e 53 secondi di Violence Unimagined sono davvero stupendi, e disco dopo disco i nostri ripropongono strutture, riff, metriche, ritmi, stacchi nel puro stile della band…ecco perché non esiste il genere classificante per i Cannibal, sono loro che classificano il genere, perché come i Cannibal suonano solo i Cannibal. Al di là dei cambi line-up, la band si è distinta in un genere come quello estremo poiché non è il genere che delimita la band, ma è il suo talento che Determina i confini della loro proposta, loro non suonano Death Metal, loro suono Cannibal Corpse. Ecco perché non può essere non soggettiva la recensione di un album di una band come questa, perché i Cannibal, per assurdo, avrebbero potuto fare dark wave 30 anni fa e si sarebbero comunque distinti. Come disse il grande maestro del Cinema francese Franju, presentando il suo stupendo e terrificante Le Sang des bêtes: “La violenza non è mai il fine, ma solo il mezzo…” per dire qualcosa. E analogamente i Corpse attraverso il loro marchio di fabbrica fatto di testi truculenti, riff violenti e un approccio “in your face” (come diceva il buon Pat O’Brien – che se la smettesse di collezionare lanciafiamme da guerra, magari ci farebbe anche un favore) assurgono a un proposito, forse inconscio, di dire la loro, con la la Loro personalità. Detto ciò una recensione da manuale vi direbbe, e lo sto per fare anch’io, che nella band è arrivato come un pacco di Santa Claus un certo Erik Rutan al posto del già citato O’Brien – in galera per guai con la giustizia. E questo arrivo ha donato come un olio essenziale al sound di produzione del disco un’impronta granitica e al passo con i tempi. Il buon Rutan oltre a suonare il disco in modo fantastico, lo produce, lo registra e lo mixa…e vi assicuro che aver quel quel brutto ceffo dietro il mixer è una sicurezza assoluta sulla violenza prodotta. Il songwrinting è sempre lo stesso, ma è sempre fantastico…dall’opener Murderous Rampage al singolo Inhumane Harvest, alla terzinata Surround, Kill, Devour, al slayeriana Follow the Blood…(ragazzi Follow the Blood-line…vabbè sto trascendendo)…al trittico finale di Slowly Sawn – Overtorture – Cerements of the Flayed…dove sento la forza d’impatto dei tempi di Bloodthirst e di The Wretched Spawn (la massa è il Riff, la velocità è il BPM, il tempo è la durata del pezzo). Con questa mia dissertazione non voglio dire che tutto quello che hanno scritto i Cannibal, compreso questo album, è oro colato…ci sono cali, ci sono parti meno ispirate, ci sono sulla batteria delle ripetizioni di stile che tendono ad appiattire l’opera nel suo complesso…ma stiamo parlando di un album di una band fuori dal comune, di un livello altissimo. E con i tempi che corrono un nuovo grande album dei Cannibal Corpse è tutto ciò che abbiamo bisogno per non pensare alla vera follia e violenza reale che oggigiorno circonda questa società drammaticamente logorata.
“La crudeltà, come ogni altro vizio, non richiede altri motivi al di fuori di se stessa, richiede solo un’occasione”. George Eliot
Voto: 8,5/10
John Sanchez















