I Mars Era, band toscana, si presenta a noi dopo il debutto del 2017 sempre per Argonauta records, con il nuovo lavoro dal titolo “Oniro”.
Se da un lato la polvere tipica di un certo southern rock, misto a rimandi grunge ed un hard rock rustico si sentono la compaggine fiorentina da un proprio apporto al filone “hard rock-stooner”; dato che non ci sono stilemi così definiti e metodologie compositive tali da definirli cloni di questa o quella band. Inoltre le svisate nel grunge permettono di risultare piuttosto ruspanti e godibili già ai primissimi ascolti.
Le capacità compositive e di arrangiamento si intersecano in modo ottimale e funzionale al punto che le “scelte di campo” sul banco mixer non fanno altro che aumentare il livello di qualità che la band in soli sei brani porta all’interno di questo platter.
Le radici molto anni ’90 dello scorso secolo si percepiscono, ma vengono ridefinite in fase di registrazione portando ad un livello personale le “nozioni” imparate in passato.
Cosa che non sempre viene fatta in questi ambienti e direi che a tutti gli effetti punto in più per la band.
Una batteria ampia e “rotonda” fa da base per un lavoro di concerto, in tutti i sensi, con il basso assolutamente preponderante e che non solo fa da collante ma sovente ha una sua dimensione definita e particolarmente soriniona.
Le chitarre sono una chicca particolare; a volte sono a fare da cornice al groove di batteria e basso, poco dopo sono la quintessenza del brano insieme ad una voce molto evocativa, che riesce a passare velocemente a rimandi vicini a Deftones piuttosto che a Kraviz. Addirittura ad un Vedder accennato in alcuni vocalizzi. Anche se in alcuni momenti, i più “tirati” sui registri alti sembra che non siano i punti più confortevoli.
Come se non bastasse, tornando alla chitarra, la capacità di passare da una chitarra ipnotica e sinuosa che danza intorno alle melodie del basso; si va ad una più ruvida e quasi martellante che danza con la batteria.
“The Chicken’s wardrobe”, “Into the pyramid” e “Cyclone” sono i brani che mi hanno colpito più degli altri; ma va detto che alche i tre “esclusi” hanno un loro perché all’interno del disco. Come sempre mio consiglio ascoltate questo lavoro e definite le vostre tracce preferite.
A conti fatti la band ha fatto in modo di maturare in modo ottimale e di far sì che il proprio metodo di composizione fosse non solo compatto, ma anche interessante e personale a trecentosessanta gradi creandosi, intuisco, metodo conforme a loro per dare sfogo alle idee e rendendole molto interessanti.
Peccato sia così corto il lavoro e speriamo di non attendere altri quattro anni per un prossimo capitolo della band. Consigliatissimo per chi vuole del materiale composto bene e ben suonato.
Voto: 7/10
ALessandro Schümperlin















