I Sevendust sono tornati e direi piuttosto bene. Questo è il loro tredicesimo album e come si suol dire si batte il ferro fin che è caldo e riconfermando il produttore Michael “Elvis” Baskette, già precedentemente presente nel vecchio lavoro “All I see is war”.
Le combinate di djent, shoegaze, metalcore ed una punta di elettronica qua e la sono i padroni in questo lavoro.La cosa simpatica è che sento delle riminiscenze dei Deftones.
I riff del duo Connolly-Lowery sono devastanti e non lasciano spazio di respirare neppure nelle fasi meno violente. La voce inconfondibile di Lajon ci porta in tutti e tredici i brani dalle fasi rabbiose a delicate, in modo da farci entrare nelle emozioni che la band vuole esprimere. La batteria in questo lavoro pur essendo intensa e particolarmente ispirata, non è mai invasiva e se vogliamo è quasi minimale. Ma sia chiara: è assolutamente precisa e impeccabile, non si scappa e non si trova scappatoia dalla macchina a rullocompressione di Rose.
Il basso, anche in questo caso c’è ma resta in secondo piano, come spesso accade nelle band metal, nello specifico in quelle estreme e metalcore, il basso viene tenuto particolarmente in secondo piano.
Il fatto è che ad un certo punto dell’album, pare che la band voglia restare all’interno dei midtempo e delle forme rallentate, con l’aggiunta saltuaria delle sonorità particolari provenienti da dei synth, suppongo, o da effetti particolarmente deformanti delle chitarre fino a renderli “altro”.
Inoltre su tredici tracce averne tre che sono ballads mi pare troppo per un lavoro energetico così come pareva nelle primissime battute. Sia chiaro: non sto questionando sulle scelte artistiche della band, sto solo dicendo che la scelta di proporre così tanti brani rallentati portano a respirare aria di malinconia e di tristezza che non di rabbia e rivalsa come la copertina e la prima traccia propongono.
Nonostante la proposta musicale sia la solita della band di Atlanta, la cosa strana, come già segnalato poco sopra, si avverte momenti di stanca o impressioni di “fotocopie” del passato. L’unica variante per il discorso della “stanca e molla” è l’innesto delle parti di elettroncia che seppur poco permette di avere una piccola “variante” del “già sentito”.
I Sevendust sono dunque tornati ed hanno proposto un lavoro dignitoso e funzionale; non siamo a livello degli esordi, ma si sa… il tempo passa per tutti. E terminando definitivamente direi che è un lavoro che vale la pena avere nonostante tutto.
Voto: 7/10
Alessandro Schümperlin















