Una piacevole sorpresa questi White Skies, band inglese che fa parte del roster di una etichetta, la Pride & Joy Music, sempre più autrice di grandi uscite in ambito metal melodico, tanto da offuscare, con qualche prodotto, addirittura la nostrana Frontiers.
“Black Tide” è certamente una di queste, un disco che fluttua fra l’aor e l’hard molto melodico. Una grande particolarità, che rende appunto questo disco decisamente più interessante rispetto a molte altre produzioni simili sono alcune digressioni musicali, qualcosa di più di assoli, ma vere e proprie fughe sonore di grandi livello, come per esempio la parte centrale di “Midnight Rendez-Vous” e , in modo particolare, la esaltante conclusione del brano finale, “Sleeping in the fire”, due situazioni in cui viene creata una atmosfera altamente suggestiva che pone la melodia al centro di tutto e fa sognare chi ascolta. Due gioielli incastonati in canzoni comunque molto pregiate, ma che vengono impreziosite da questi spunti inattesi e bellissimi. Non sono i soli, perché la ricercatezza sonora di White Skies è rilevante, dando l’impressione di voler costruire qualcosa che si stagli rispetto alle molte uscite simili.
Con questo non voglio sminuire l’architettura complessiva di Black Tide che rappresenta, come ripeto, una piacevole sorpresa a tutti i livelli, a partire dal recupero di un cantante, Mick White, cui di deve appunto una parte del nome, che ha militato con grandi risultati in uno dei miei gruppi cult, i Samson, creatura del grande chitarrista Paul Samson, che agli albori della Nwobhm fecero furore, grazie anche all’azzeccata immagine del batterista incappucciato Thunderstick, ma, soprattutto, di un metal altamente contaminato dal blues che ancora ascolto con grande piacere.
Insieme a White ci sono musicisti di livello : l’ex- Ya Ya Ray Callcut alla chitarra, il tastierista Pete Lakin che ha militato nei Dante Fox, Rob Naylor al basso e il batterista Daz Lamberton, la base è inglese.
Altri brani da citare la ballata “Emily”, davvero riuscita con un delicato pianoforte e una linea melodica decisamente azzeccata, che se lanciato a livello di singolo potrebbe fare molto bene, se confrontato a tanti hit che popolano le classifiche. Una decisa assonanza con Bon Jovi e alla sua vena leggermente malinconica emerge in “Kiss me as i say goodbye” che è molto simile alla “Never say goodbye” dell’americano ed forse l’episodio meno brillante del disco. Il pianoforte è sempre in evidenza, e con esso linee melodiche azzeccate come per “ One step forward”, che ancora una volta premia una chitarra sognante e rarefatta che diventa anche aggressiva, con un suono che mi piace molto anche a livello di produzione. Molto più aor convenzionale, ma tutt’altro che sgradevole, “Two Worlds Collide”, con un coro più articolato di altri episodi, un po’ come “A Love Unjustified”, più ritmata e “moderna”, ma sempre molto curata anche sotto l’aspetto melodico, per un’altra perla da aggiungere a questa collezione denominata “Black Tide”. E’ avvolgente l’atmosfera proposta da “Bring it on back”, con le sottolineature di pianoforte che indubbiamente sono un valore aggiunto della proposta musicale di White Skies, con il cantante che ci mette del suo per alzare il livello del brano. Se i Rush stupirono con “Red Tide”, White Skies interessano con la titletrack “Black Tide” assolutamente priva di connotazioni politiche, con una punta di progressive come sviluppo e una chitarra ancora una volta convincente. “Leave a light on” è una ballata ai confini del pop, con una chitarra leggera ma suadente, con un coro anch’esso adeguato al tiro del pezzo in questione. Una certa vena blues, specialmente nella chitarra, caratterizza “Takin a ride” e chissà che non si tratti di un omaggio al grande Paul Samson, mentre della finale “Sleeping in the fire” ho già detto.
Manca il colpo del ko, a mio avviso, ma la media è molto alta e sicuramente è una delle uscite di aor e hard melodico più significative (fra quelle che ho sentito, ovviamente) dell’ultimo periodo.
Voto: 7,5/10
Massimiliano Paluzzi















