Ci sono delle carriere che sembrano ormai concluse che, improvvisamente, riprendono vigore grazie a ripescaggi abbastanza imprevedibili. E’ il caso di Toby Jepson, che negli anni 90 sembrava in grande ascesa con i suoi Little Angels e il disco del 1993 “Jam” che li proiettò ai vertici delle charts inglesi.
Jepson sembrava sparito dai radar quando è stato messo di nuovo nelle condizioni di riprovare grazie alla Frontiers che gli ha permesso di rimettere in piedi una band credibile e lui ha colto l’occasione con i Wayward Sons.
Il gruppo annovera l’esperto Nic Wastell al basso, che proviene dai Chrome Molly e ha militato anche in Fastway, Gun, Dio’s Disciples, Phil Martini alla batteria e il giovane Sam Wood alla chitarra che dimostra però la capacità di un veterano, pur mettendo la sua tecnica al servizio della squadra, della quale è certamente Jepson la figura trainante.
La musica, praticamente composta quasi esclusivamente da Toby Jepson, spazia fra un hard rock orecchiabile e un rock ‘n’ roll più semplice e proprio su queste sonorità che emergono, a mio parere, i brani migliori come “Bloody Tipical” o “They Know” che se ottenessero passaggi radiofonici potrebbero sicuramente allargare la cerchia di consenso che i Wayward Sons hanno attualmente, specialmente in Inghilterra.
Insieme a questi due brani ci sono poi tanti altri pezzi che si fanno ascoltare senza annoiare, con uno schema compositivo molto semplice e che segue gli stilemi del genere, come “Looking for a reason” dove compare la tastiera, “Land of the blind” con una buona linea chitarristica, “Tip of the tongue” con un riff che richiama vagamente il punk, l’ottima title track “Even up the score” molto dinamica e con un ritornello che rimane facilmente nella mente dell’ascoltatore. E’ malinconica, non solo nel titolo, “The party’s over” ma non crediamo che per Jepson la festa sia finita, anche perché dal vivo Wayward Sons hanno tutte le carte in regola per emozionare il pubblico.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi















