No, non ci sto. Non posso essere assolutamente d’accordo con la recensione e il relativo voto che ormai l’ultimo periodico dedicato al metal a uscire in edicola, a cui peraltro sono abbonato e che apprezzo molto, ha dato a “Double Exposure” di Vinnie Moore.
Il mio dissenso non deriva dal fatto che sono veramente appassionato dei chitarristi, soprattutto gli shredder, e fra questi certamente quelli che mi piacciono di più sono Joe Satriani, Steve Vai e Vinnie Moore.
Per me la striminzita sufficienza, che sa di bocciatura, attribuita a “Double Exposure”, pur essendo legittima come libera espressione del recensore, a mio avviso non rende giustizia e merito all’opera del grande chitarrista americano, che ho avuto la fortuna di vedere più volte all’opera dal vivo , sempre con grande soddisfazione.
Sono molti gli elementi distintivi di questa nuova opera di Vinnie Moore. Il primo, quello più evidente, è che, al decimo disco solista, vengono proposti brani cantati, in una identica proporzione rispetto a quelli strumentali, 6 e 6. Dopo il disco del 2019, “Soul shifter” discreto ma forse un po’ stanco rispetto a ben altre sue composizioni, arriva dunque questa rivoluzione copernicana nella sua musica, grazie alla presenza di Ed Terry (Rage And Beyond, American Mafia), Keith Slack (MSG, Mother Road), Mike DiMeo (Riot) e Brian Stephenson (Old James).
Facile dunque dividere “Double Exposure”, nome scelto sicuramente a sottolineare questa novità, in due parti uguali.
Certamente anche grazie all’esperienza di anni con Ufo, gruppo storico dell’hard rock mondiale, Vinnie compone canzoni dove la sua chitarra propone una tessitura che bilancia perfettamente i brani, che sono certamente basati sull’hard rock ma che presentano intriganti influenze funky e soul. E’ il caso di “Rise” brano veramente stupendo, che presenta anche, a seguito di ripetuti ascolti in cuffia, un interessantissimo loop che trascina l’esecuzione e che sembra unire chitarra e tastiera, innestandosi su un basso decisamente protagonista.
Dicevo del soul, il cui maestro nella fusione con l’hard è certamente Glenn Hughes. Moore ne disegna un altro grande episodio con “Still waters run deep”, arricchito da un grande assolo del chitarrista.
Il funky ritorna in “Paid my dudes” che, come altri brani, presenta un break centrale molto particolare, con un parlato che spariglia le carte e si lega molto bene al resto.
Le ultime due canzoni cantate “River Flow” e “Hummingbird” sono più arpeggiate, hanno la forma della ballata ma sono di alto livello compositivo ed esecutivo.
La parte strumentale si apre con un tributo a Jimi Hendrix, “Astroman”, ma io ci vedo anche un omaggio al grande Uli Jon Roth e alle sue tematiche astrali e psichedeliche. Resta il fatto che la resa è straordinaria, come la funkeggiante “Breaking Through”, dove Moore disegna melodie e linee chitarristiche di particolare pregio, frutto di una tecnica abbinata alla velocità di esecuzione che trova pochi riscontri.
Più classica “In Too Deep” che è il brano che finirà dritto nella mia playlist perché riprende i temi sviluppati in anni da Moore, fatti di grandi partiture e assoli continui, con grande gusto e classe.
La psichedelia torna in “Rocket”, anche se risulta lievemente sotto la qualità citata prima in “Astroman”. Molto malinconico “One Day” , che esprime in musica un momento negativo, sulla scia di quanto spesso evocano i citati Satriani e Vai. “Southern Highway” chiude il disco con un grande esempio di musica strumentale di qualità.
Per me si tratta di un grande album, dal quale emerge una grande ricerca sonora e evolutiva del musicista che iniziò nei Vicious Rumors per fare un percorso di grande personalità che lo colloca ai vertici dell’espressione con le sei corde, non solo nel metal.
Credo che meriti ascolti approfonditi, perché ognuno di essi fa emergere sfumature e sfaccettature diverse e molto particolari, che ci avvolgono poco alla volta, come tutti i grandi lavori musicali.
Voto: 8,5/10
Massimiliano Paluzzi















