I Troops of Doom sono un vero e proprio supergruppo brasiliano, dedito al death metal e collegato alla tradizione verdeoro dei Sepultura, con i quali c’è un collegamento evidente e scontato, ma anche con i fortissimi Ratos de Porao, che partecipano a questo disco con il grande Gordo.
Anima di questa operazione, che ha prodotto questo ottimo “Antichrist Reborn”, appunto l’ex-Sepultura Jairo “Tormentor” Guedz , alla chitarra, affiancato da Alex Kafer (Enterro, Explicit Hate, ex-Necromancer), al basso e alla voce, Alexandre Oliveira (Southern Blacklist, Raising Conviction) alla batteria e l’altro chitarrista Marcelo Vasco (Patria, Mysteriis) oltre che essere un artista grafico di ottimo livello con collaborazioni con Slayer, Kreator, Machine Head, Soulfly and Hatebreed.
Il tutto ochestrato da Fernando Ribeiro dei Moonspell con la sua etichetta Alma Mater Records che pubblica questo primo long playing della band, dopo l’acclamato ep di esordio “The Rise of Heresy”, seguito da “Absence of light” nei due anni precedenti. Alla produzione e al mixaggio il notissimo Peter Tagtgren dei The Abyss Studio, che sicuramente ci ha messo del suo per un suono molto brillante e perfettamente bilanciato.
La proposta musicale dei Troops of Doom è un death\ thrash classico anni 80 e quindi, per me, straordinariamente interessante. Un suono tradizionale, classico, molto aggressivo, con composizioni ricche di cambi di tempo, assoli affilati che ricordano le asce degli Slayer, come nella ottima “Far from your god” dove le chitarre esasperano un break che diventa ossessivo, su una sezione ritmica sempre molto potente e precisa.
Il disco, con una bella copertina, non presenta pause, come per il riff di “Altar of delusion”, oppure con la cangiante “Pray into the abyss” dove i Troops of Doom tengono fede al nome proponendo passaggi appunto in chiave doom, per poi sparare riff a tutta velocità in uno speed-death-thrash che sorprende, un brano che dimostra la qualità del gruppo e la personalità con la quale vogliono imporsi al mondo intero, grazie a una naturale capacità di esprimersi sia in tempi più rallentati che estremamente veloci.
Altre influenze appaiono qua e là, come per “Desertes from paradise” che ci rimanda all’inconfondibile suono degli Exodus, sia pure trattato con grande autorevolezza e personalità.
Altro passaggio veramente notevole è la song cantata in portoghese “ A queda” e la lingua madre rafforza e esalta l’aggressione sonora dei Troops of Doom, conferendo una drammaticità espressiva che con l’inglese sembra essere inferiore. Una citazione a parte merita la conclusiva “Preacher’s Paradox” che parte con le chitarre a sega circolare per poi introdurre linee molto progressive, che rendono il brano decisamente particolare e che forse potrebbe indicare una nuova direzione espressiva nel prossimo futuro.
Per il momento, però, godiamoci questi Troops of Doom..Al futuro penseremo poi.
Voto: 8/10
Massimiliano Paluzzi















