Ad aprire il disco è il brevissimo intro “Lost In The Haunted House”, dalle sonorità cupe e lugubri che riportano subito alla mente l’atmosfera da film d’animazione come “Hotel Transylvania”. Un’introduzione cinematografica, azzeccata nel creare il mood perfetto per ciò che verrà dopo.
Segue “Craven Road”, una power song emozionante e potente, costruita attorno a un refrain di forte impatto che resta subito in testa. Il brano esplode con energia, trasmettendo fin dai primi secondi la direzione musicale dell’album.
“Bloodmoon” si apre con una melodia di chitarra davvero eccellente e introduce un sound più diretto e incisivo, una vera mazzata tra capo e collo. A impreziosire il pezzo c’è la partecipazione di Adrienne Cowan (Seven Spires), che alterna con grande abilità cantato pulito a passaggi in growl. Il drumming di Dario Capacci, nuova entrata che prende il posto di Luca Setti, è serrato, preciso, chirurgico: la sua performance si esalta in una furiosa parte strumentale che include anche un assolo di chitarra da applausi. Sicuramente uno dei pezzi più riusciti e “martellanti” del disco.
Arriva il momento della title track, “Ghosted”. Le atmosfere qui si rilassano rispetto ai brani precedenti: la canzone è “anthemica” e un po’ “ruffiana”, ma nel senso buono, con momenti sognanti e un ritornello che si stampa in testa e non se ne va più. Alessandro Conti è come sempre strepitoso, capace di trasmettere emozioni con una voce che resta unica nel panorama power, grazie a una espressività vocale che pochi colleghi possono vantare.
Con “Dance With The Dancing Clown” si cambia nuovamente registro: una canzone allegra, quasi spensierata, con forti influenze hard rock, che richiama lo stile dei primissimi Trick or Treat, in particolare l’album “Evil Needs Candy Too”. Il ritornello, dal sapore quasi da filastrocca cantata, rende tutto più giocoso. A metà brano “Alle” si cimenta anche in un cantato tenorile in italiano, molto simile a quello in cui eravamo abituati a sentire nei LT’s Rhapsody.
“Polybius” riporta in alto i giri del motore power-metal, con un up-tempo piacevole e coinvolgente, anche se forse leggermente meno incisivo rispetto ai brani power posti in apertura. Da segnalare l’acuto finale del nostro “Kiske italiano”, alias Alessandro Conti, che dà sempre quel tocco in più.
“Evil Dead Never Sleeps” è un altro degli highlight del disco: qui Alessandro dà prova ancora una volta della sua espressività vocale, soprattutto nelle strofe che precedono il ritornello, sorrette da cori e controcori ben bilanciati. A metà brano spunta un passaggio chitarristico che strizza l’occhio alla lirica, con un richiamo evidente a “Nessun Dorma”, in particolare alla frase “Il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà!” . Un momento tanto inaspettato quanto affascinante.
È il turno della traccia più “nerd” del lotto, “Return To Monkey Island”, spassosa, scanzonata, quasi una mazurka nerd-metal, arricchita da passaggi in stile caraibico che fanno sorridere e al tempo stesso apprezzare la creatività della band.
“Make A Difference” è un’altra power song davvero ispirata, costruita su un ritornello semplice ma tremendamente efficace. Si candida facilmente a diventare uno dei nuovi cavalli di battaglia durante i concerti, grazie alla sua carica positiva e coinvolgente.
“The 13th” è un altro pezzo potente e granitico, scandito da un drumming incessante che guida una sezione ritmica davvero devastante. Anche in questo brano, Alessandro raggiunge note altissime senza mai perdere controllo o intensità. Le chitarre sfiorano il thrash metal, con numerosi “stop & go” e cambi di tempo nella parte finale che rendono il pezzo ancora più imprevedibile. Un altro picco del disco.
Chiude l’album la riflessiva – ma non troppo – “Bitter Dreams”, che parte con un tono lento e malinconico, per poi accelerare e far salire nuovamente il ritmo, con una chiusura che lascia il segno senza scadere nella prevedibilità.
“Ghosted” rappresenta una svolta per i Trick Or Treat: il loro tipico happy power metal si fonde con sonorità ispirate all’horror, alternando momenti cupi e sinistri ad altri più ironici e giocosi, dando vita a un connubio sorprendentemente efficace.
Le undici canzoni del disco catturano l’ascolto con energia, ricche di richiami all’immaginario horror, ai videogame e ai fumetti – Dylan Dog su tutti -.
La copertina, realizzata dallo stesso Conti, continua il filone visivo del precedente “Creepy Symphonies”, mantenendone stile e palette di colori.
In definitiva, questo “Ghosted” riesce a superare il già ottimo “Creepy Symphonies”, piazzandosi come il miglior lavoro della band dai tempi dei “Rabbits’ Hill Part 1 e 2”. Un album completo, divertente, curato nei dettagli e ricco di personalità. Da ascoltare e riascoltare.
Voto: 8,5/10
Stefano Gazzola















