Dal nome potrebbe sembrare una cover band, ma questa neonata aggregazione di musicisti danesi, con base a Copenaghen, produce musica propria, anche se con fortissimi richiami storici.
Timechild riporta subito alla mente l’immortale hit Child in Time dei Deep Purple, famosa anche per l’irraggiungibile acuto vocale di Ian Gillan. Certamente il riferimento compositivo ed esecutivo giunge da lì, anche se l’accostamento più diretto è probabilmente quello con “the voice of rock’n’roll” Glenn Hughes. Ad acuire questa vicinanza contribuisce sicuramente il lavoro in fase di produzione di Soren Andersen che ha svolto lo stesso compito anche per Hughes. Rispetto a quanto scrive in sede di presentazione l’ufficio stampa della casa discografica, non riesco a trovare in nessun passaggio delle assonanze con i Black Sabbath, che a mio umile giudizio non hanno niente a che vedere con questo prodotto.
L’album, diciamolo subito, è prodotto molto bene, suonato benissimo, i brani si susseguono senza annoiare, anche se si tratta di musica le cui linee portanti sono certamente state già sviluppate diverse volte. Anche il riferimento a Galileo, con il celeberimmo “Eppur si muove”, è certamente motivo di interesse per noi italiani.
Per questo il voto si ferma a 7, ma solamente perché si tratta di un hard-heavy rock non dico scontato, ma certamente poco innovativo, anche se eseguito alla grande.
I quattro musicisti, definiti dalle stesse note “stagionati”, si sono tolti una bella soddisfazione, perché in tempo di pandemia hanno trovato la possibilità di assecondare le proprie inclinazioni e fare finalmente un grande disco di hard rock classico.
Per quanto riguarda la struttura dei brani, spesso ritroviamo l’incedere marziale tipico dell’hard rock settantiano (Were i now belong) oppure la derivazione dei Purple e Rainbow tendente all’epico interpretata benissimo da Dio (Children of a killing sun). I frequenti inserti melodici che vengono sapientemente inseriti evitano alla band di dover ricorrere a una ballad, anche se Choir of man ci si avvicina molto, sia pure nella concezione dinamica dei brani che i Timechild dimostrano in ogni occasione.
Sicuramente il marchio di fabbrica più rilevante è l’uso della doppia chitarra solista che trova la sua sublimazione nella title track, con le due asce di Anders Folden Brink, che è anche il dotato cantante, e Birk, danno vita a una performance notevole che richiama certamente Blackmore ma, a mio avviso, anche le partiture neoclassiche di David T. Chastain e Vinnie Moore.
In definitiva siamo di fronte a qualcosa di già sentito, ma davvero notevole.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi















