Pesaro, Marche: una città molto cara agli appassionati di Heavy Metal in quanto proprio da qui nacquero i leggendari Death SS, una delle band storiche più influenti d’Italia. Il centro/nord della penisola, in generale, è conosciuto in ambito metal prevalentemente per la diffusa presenza di band power, talvolta mischiato al progressive o al symphonic. I Sun Of The Suns, invece, si discostano da questo cliché e dopo il loro debutto “TiiT”, passato forse un po’ in sordina nel 2021, hanno intenzione di far sentire la loro ruggente voce sotto l’ala protettiva della Scarlet Records.
Encyclopaedia Metallum non consiglia nessun gruppo similare (parla solo dell’origine della band, divisa fra Pesaro e Rimini), a dimostrazione dell’unicità del sound di questa formazione; in realtà un orecchio allenato qualche associazione con altre band la potrà certamente trovare e sebbene questo non sia un aspetto limitante nè vincolante, può certamente aiutare l’ascoltatore a farsi un’idea prima di procedere ad aprire la propria mente e il proprio cuore ad un album. Il genere suonato dai Sun Of The Suns è definito come “technical death metal”. Si, lo so: il primo nome che viene in mente sono i Meshuggah, eppure siamo fuori strada. A questa band italiana, per assurdo, ci accosterei piuttosto i Nile. Già, penso che in un contesto quasi filosofico possano essere due formazioni gemelle ma anche opposte, quasi come nemesi l’una dell’altra: dove i Nile guardano alla terra, alle radici esoteriche, alle sabbie cotte dal sole e alle piramidi dell’Antico Egitto, a ciò che è sepolto e non deve essere dissotterrato, i Sun Of The Suns guardano al cielo, allo spazio siderale, al vuoto cosmico e all’oscuro mistero delle volte celesti. Questo concetto non si esprime solo a livello di contenuti e di tematiche, ma anche a livello musicale: in mezzo alle accelerate tiratissime prettamente death e i tempi dispari progressivi, non troviamo le musicalità egiziane ma atmosfere oniriche, eteree, lunari, che suggeriscono in maniera chiara di trovarsi negli angoli più remoti dello spazio. Viaggi mentali fra le nebulose alla ricerca di insediamenti umani o alieni fino ad affrontare l’orrore che solo quello che non si conosce può scatenare.
Il growling di Luca Scarlatti è profondo, cavernoso, brutale e diretto, proprio come i testi delle canzoni di “Entanglement”, tutti scritti da lui. Concetti astratti o forse metaforici, in un confine fra realtà e distopica fantasia che spesso si fa davvero molto sottile, divenendo dunque allegoria del desiderio umano di esplorare ciò che non conosce e la paura di non sopravvivere contro la probabile fortuna avversa. Basi narrative di astronomia che ricordano gli In Flames degli esordi, ma qui approfondite in funzione persino filosofica.
Gli arrangiamenti dei brani, invece, sono opera del chitarrista Marco Righetti, che assieme al collega Ludovico Cioffi (conosciuto al grande pubblico per essere il bassista dei Delain) presenta una combo di feroci riff mischiati ad arpeggi acustici, perfettamente amalgamati fra loro e che colpiscono come una tempesta di meteoriti l’ascoltatore che decide di dedicarvi la sua attenzione uditiva. Anche le parti di basso sono ad opera di Cioffi, che ricordiamo per essere membro stabile anche nei Nightland – un interessante e prolifico progetto melodic death – oltre che nei The Modern Age Slavery, un’altra formazione technical death metal; il suo apporto è vitale in quanto assieme alla batteria suonata da Francesco Paoli (proveniente dai Fleshgod Apocalypse, anche se non è tuttavia un membro stabile del gruppo) crea il tappeto ritmico destreggiandosi fra repentini cambi di tempo e registro. Si dà dunque origine alla spina dorsale del sound, il cielo stellato che è fisso e instabile, fermo e in costante movimento allo stesso tempo.
Ho ascoltato “Entanglement” (per la prima volta) in totale solitudine, tornando a casa in macchina dopo il concerto dei Lord Of The Lost tenutosi a Glasgow, situato a poco più di un’ora di viaggio da casa mia. Un’ora di viaggio attraverso strade tenebrose dove l’unica luce era quella dei fari della mia auto sotto una pioggia lieve ma fitta e costante: l’esperienza è stata a dir poco psichedelica. Il mio spirito viaggiava assieme alla mia mente percorrendo strade sconosciute che apparivano come rotaie solari, con la destinazione ben impressa nella mente ma il percorso tutto a definirsi. Ho ovviamente riascoltato l’album a casa e in cuffia, per confrontarne le emozioni e i pensieri e darne un parere anche tecnico e razionale oltre che emozionale, ma il verdetto è stato lo stesso: 9 brani uno più profondo dell’altro, graffianti e coinvolgenti come solo un’accurato studio dei suoni e delle partiture sa fare. Eccellenza italiana che trasuda da ogni nota e che trova il massimo grado di perfezione nella conclusiva title track, una vera e propria suite. L’album verrà ufficialmente rilasciato il 12/12: non so se la scelta è stata casuale o premeditata ma il numero 12, composto dal 4 moltiplicato per 3, rappresenta l’unione spirituale della terra (il 4 degli elementi alchemici) al cielo (il 3 della Trinità). Lo sguardo di noi comuni mortali si solleva sempre dalla terra, infatti, alzandosi verso il cielo a scrutarne i misteri e possiamo dunque intendere Entanglement come questo concetto, tradotto in musica: “Entanglement” lo spiega perfettamente essendo un album composto di Poesia, Ferocia e Passione.
Voto: 9/10
Francesco “Grewon” Sarcinella















