Due campioni della storia del doom-thrash-death metal si uniscono e danno vita a una nuova formazione, l’ennesima della loro carriera. Si rinchiudono negli affermati studi di registrazione di uno dei due e danno vita a un album molto interessante, sicuramente ottimamente suonato e prodotto e anche personale e aggressivo.
I due campioni di cui sopra sono Chris Reifert e Greg Wilkinson, con quest’ultimo proprietario degli studi Earhammer dove questo “Labyrinth of Veins” è stato interamente registrato e mixato in modo, come abbiamo detto, molto buono e professionale.
Quello che è strano è la scelta di uscire con un nuovo monicker, Static Abyss, quando Greg Wilkinson è entrato a fare parte della formazione storica di Reifert e del metal estremo mondiale, gli Autopsy, che propongono più o meno esattamente lo stesso genere musicale.
La spiegazione può risiedere nel fatto che questo disco sia stato concepito e scritto prima dell’ingresso di Wilkinson e quindi non potesse essere suonato da Autopsy, nome certamente più conosciuto e, almeno per ora, molto autorevole e stimato.
Detto questo, si tratta veramente di un grande disco. Il tono è decisamente cupo, con molte dissonanze, un death-doom che rispecchia la personalità degli autori e il fatto che sia stato concepito durante la pandemia, situazione che ne ha sicuramente aumentato la dose di pessimismo che trasuda dai solchi.
Con “Labyrinth of Veins” i due musicisti si propongono una profonda esplorazione degli echi della follia dell’esistenza e , a mio avviso, ci riescono benissimo.
Con “Feasting on eyes” parte alla grande il disco, grazie a una serie di cambi di tempi e a un impianto musicale complicato ma scorrevole. “Nothing left to rot” parte con grande e inusuale velocità, vista la cifra stilistica complessiva dell’album, per poi tornare a battere sentieri più propriamente death-doom.
“You’re what you kill” è insolitamente breve, ma molto intensa, spostandosi verso il death-black, ma suonato con grande perizia, come tutto il resto del long-playing, che scorre con un altro grande pezzo, “Mandatory cannibalism” che si regge su un giro armonico chitarristico molto bello, unito a una voce che pare davvero provenire dall’inferno e si muove dentro appropriate dissonanze. La titletrack è un vero manifesto del death-doom ossianico e opprimente, con la voce sempre più cavernosa e tanti cambi di tempo. Ci sono in generale pochissimi assoli, sempre funzionali al brano, mentre il suono del basso secondo me è veramente stratosferico, prodotto alla grande da chi lo suona e che ha trovato una calibratura straordinaria. “Jawbone ritual” continua a proporre cambi di ritmo e una linea chitarristica centrale davvero rilevante, ma su temi più veloci, così come “Contort until death” che si differenzia dal resto per un uso delle tastiere in senso atmosferico che conferiscono al pezzo una dimensione diversa, elemento rintracciabile anche nella parte psichedelica che caratterizza “Morgue Rat Fever”. Tectonic Graveyard” presenta un giro chitarristico che richiama i sabbath, uno sviluppo lento che poi cresce durante lo svolgimento del brano, che è veramente intrigante, “Clawing to the top of the dead” conclude alla grande il disco con un death-groove con il basso martellante e una voce grandemente intensa.
Concludendo, “Labyrinth of vein” è disco assolutamente brillante, che giunge da due nomi importanti della storia del metallo estremo e che è assolutamente ricca di grinta e di voglia di stupire ancora, nonostante la lunga militanza dei due. Merita un ascolto, anzi ci sono brani che possono finire, come è accaduto a me, nella playlist di molti.
Voto: 8/10
Massimiliano Paluzzi
















