“Loud Heavy Metal Music” – Questo è la frase marchiata a fuoco nel retro delle loro magliette. Puro Heavy Metal senza se e senza ma, potente e pesante. La band di cui trattiamo ci ricorda come a Roma non si siano mai dimenticati di fare Metal in maniera sana. Creati dalla mente di Francesco Bucci, bassista storico dei monumentali Stormlord, gli ScreaMachine si prospettano come un band nata dall’amore dei suoni classici del Metallo ma proiettata in un contesto più moderno.
Accanto a Bucci troviamo altri musicisti abbastanza noti della scena capitolina come Alex Mele e Paolo Campitelli in forza già nei Kaledon e qua in veste di chitarrista, Alfonso Corace (ex Lunarsea) e Valerio Caricchio (Agony And Ecstasy).
La band in realtà esiste dal 2017 ma si fa conoscere bene solo in questo primo frangente del 2021 con l’album di debutto omonimo dato alle stampe lo scorso 9 aprile per la Frontiers.
Il titolo del disco che tanto ricorda alcuni pezzi dei Priest di fine anni ’80, va ad introdurre un lavoro costellato di brani dalla solida struttura tipica del genere i quali strizzano l’occhio sia ai già citati Priest, sia a band più recenti come i Dream Evil ma anche Primal Fear. Si va dunque su autentici brani da anthem come “The Metal Monster” e “Demondome” strutturati su un massiccia parte ritmica e refrain decisamente ispirati, su ciò si staglia l’ugola di Caricchio che tanto ricorda in alcuni frangenti Ralf Scheepers e si procede attraverso approcci più o meno vari che vedono la partecipazione anche di personalità di spicco della scena Metal Italiana ed internazionale come Simone Mularoni, Francesco Mattei, Massimiliano Pagliuso, Andrea Angelini, Herbie Langhans (Firewind) e sua eccellenza Steve DiGiorgio. A livello compositivo gli ScreaMachine hanno tirato fuori pezzi da novanta come l’oscura “Darksteel”, la più melodica “Wisdom Of The Ages” e “Mistress Of Disaster” caratterizzata da un mood più Hard N’ Heavy. E la seconda parte del disco non lascia un attimo di respiro, procedendo in picchiata facendoci immergere nei fasti sonori dell’Heavy Metal più puro e incontaminato. Le feroci “52 Hz” e la title-track spingono sull’ acceleratore e ci portano alla fine di un lavoro di appena 45 minuti vissuto all’estremo.
La prima prova discografica della “macchina urlante” va a toccare vette di qualità buona sia per quanto concerne il lavoro in sede di produzione e mixaggio, sia per la composizione e il songwriting a cui tutti i membri della band hanno contribuito. I suoi tentacoli ci prendono e ci trasportano in una realtà parallela, a ritroso nel tempo, i quegli anni ’80 in cui il Metal classico ha dato il meglio di sè, lasciando la sua impronta indelebile nella storia del genere. Una prezioso esordio per una band nata musicisti non di primo pelo, i quali sanno il fatto loro , i quali hanno voluto semplicemente tributare – alla loro maniera – la musica con cui sono cresciuti.
Voto: 8,5 /10
Sonia Giomarelli















