I Ruxt nascono a Genova nel 2016 ad opera del bravissimo chitarrista e songwriter Stefano Galleano e del suo fido partner in crime Steve Vawamas (Mastercastle, Athlantis, Bellatrix). La prima novità che ci svela questo “Hell’s Gate” è il passaggio alla formazione a 4, la seconda è l’entrata di Maurizio De Palo (Hungry Daze) alla batteria e dell’ottimo singer Davide Dell’Orto (Drakkar, Athlantis) e l’ultima, probabilmente la più importante, è il passaggio a sonorità più pesanti e oscure. Se nei primi album il metro di riferimento potevano essere gli Whitesnake, Jorn o i Gotthard, in questo lavoro le muse ispiratrici virano prepotentemente verso un heavy metal a forti influenze doom. Questo repentino, quanto insospettato, cambio di sonorità potrebbe spiazzare i fan di lunga data della band ligure, ma se ci si sofferma ad ascoltare il cd con attenzione rimangono inalterati il gusto per le melodie e la grande cura per gli arrangiamenti.
Si parte con la cadenzata “Hell’s Gate” con il suo riff pesante e le sue cupe atmosfere. Subito balza all’orecchio la perfetta interazione tra la musica e il cantato di Davide Dell’Orto, perfetto per questo tipo di sonorità. “The Mask I Live In” alza il ritmo con la sezione ritmica in bella evidenza in una heavy song di impatto. Parti più atmosferiche si contrappongono a grandi sferzate di energia. Ad emergere prepotente è la chitarra di Stefano Galleano, vero e proprio asso nel dipingere riff evocativi. Più sull’hard rock “Do You Like What You See” che ci ha ricordato le cose più oscure e introspettive dei Dio, mentre “I’ve Been Losing You” riprende il discorso iniziato con la title track mettendo in mostra un bel refrain. Con “Free”, che vede ospite Pier Gonella alla lead guitar, ci si sposta più su lidi Athlantis (l’autore è lo stesso Pier). E in effetti il tocco dell’axe man di Necrodeath e Mastercastle è immediatamente riconoscibile, specialmente nel solo. “Boys Don’t Cry” ci riporta sulle classiche coordinate del cd, non discostandosi molto dalle precedenti composizioni ma si fa notare per l’aggressività della strofa. Discorso diverso per “Heartless”. Scritta dal bravissimo Federico Di Pane (che compare come special guest su 7 delle 11 canzoni che compongono questo lavoro), mette in mostra un gran lavoro alle sei corde (spettacolare l’assolo) e un ritornello da incorniciare. Ottima song. “Pegasus” fa molto Judas Priest con il suo intro motociclistico e il ritmo indiavolato, mentre “Little Girl” è un classico mid tempo in bilico tra hard rock e heavy metal ottimamente interpretato da Davide Dell’Orto. “What Will It Be” piace grazie all’interessante cambio di tempo tra strofa e ritornello e alla parte atmosferica centrale che conduce ad un grande assolo. Ma se dobbiamo scegliere il pezzo migliore la scelta non può che ricadere sulla finale “Vikings”. Qui i Ruxt ci regalano una prog metal song che, nei suoi quasi 12 minuti, mette in luce tutte le capacità di songwriting della band.
“Hell’s Gate” è un nuovo inizio per la band ligure che si assume il rischio di lasciare la strada intrapresa con gli album precedenti. Un cambio di rotta importante ma affrontato con la consapevolezza dei propri mezzi. Forse tutte le canzoni non sono sullo stesso piano a livello di coinvolgimento ma l’album nel suo complesso può considerarsi sicuramente promosso. L’unico consiglio che ci sentiamo di dare ai Ruxt è di proseguire su questa strada aggiungendo un pizzico di personalità in più per uscire dai cliché tipici del genere.
Voto: 7/10
Fabrizio Tasso
















