Claudio Frascella
La macchina della musica non si ferma. Roby Facchinetti, fra i fondatori dei Pooh, dopo lo scioglimento della “banda nel vento”, prosegue con successo la sua attività solistica. Lo aveva fatto con due album, quando cantava ancora con Stefano, Dodi e Red (“Roby Facchinetti” e “Fai col cuore”) e un terzo, prima della reunion del 2016 (“Ma che vita la mia”). In questi giorni, il popolare tastierista e compositore dei Pooh, ha pubblicato “Cosa lascio di me”, terzo singolo dall’album “Inseguendo la mia musica”.
Maestro, come va?
«Mi sono stancato di rispondere a domande simili con frasi del tipo “Potrebbe andare meglio se non fosse che…”, oppure “Navighiamo a vista in attesa di giorni migliori”: basta, ho deciso di ignorare completamente questo vigliacco – mi riferisco al Covid-19 – che ha seminato morte e terrore sull’intero pianeta portandoci via gli affetti più cari. Dunque, va benissimo…».
Terzo singolo, un invito alla domanda successiva: cosa lascia uno che ha dato tutto di se stesso?
«Oggi va così, ribalto i concetti, così parto da quello che mi hanno lasciato, fatto dono, le persone che ho incontrato durante la mia vita, dai miei genitori in poi. Non è un caso che il video del brano raccolga cento scatti della mia vita – anche se forse avrei dovuto metterne tanti di più – persone importanti in modo diverso, che mi hanno lasciato tanto del loro affetto, parlo degli amici in genere, per proseguire con gli “amici per sempre” – i Pooh, Stefano D’Orazio, Dodi Battaglia, Red Canzian, senza dimenticare Valerio Negrini e Riccardo Fogli – che hanno fatto in modo che arrivassi ad oggi, fino ad essere quello che sono: proprio grazie a incontri di una vita, impari a crescere, a perfezionare, modificare se vuoi, il tuo modo di essere; chiunque diventa qualcuno a seconda delle persone che ha incontrato nel sentiero della vita».
Parliamo del brano.
«Racconta di un uomo innamoratissimo della propria donna. Le dice quanto lui la ami e quanto lei gli stia dando, tanto da lasciare tracce nel suo cuore; comincia tutto da lì, per poi diventare un brano universale, che si presta ad altre interpretazioni sul “Cosa lascio di me”; amo questa canzone, ritengo sia un grande brano d’amore: un uomo innamorato che ha paura di perdere quello che ama più di ogni cosa, la sua donna, e si interroga su cosa in tutto questo tempo sia davvero riuscito a dare alla sua compagna».
SENTIMENTO UNIVERSALE
Maria Francesca Polli, autrice del testo, ha scritto per Mina, è riuscita ad entrare perfettamente nel mondo maschile, è entrata in perfetta sintonia con i tuoi sentimenti.
«L’amore è un sentimento universale, un dare e avere, ma è la donna sotto certi aspetti ad essere più profonda, riflessiva, più affidabile; l’uomo talvolta è superficiale, più fallibile nei sentimenti. Maria Francesca ha interpretato perfettamente questo “folle sentimento” che è l’amore: forte e discreto insieme, quasi lui o lei si amassero talmente tanto da chiedersi, dicevo, quale sentimento abbiano lasciato nell’altro…».
“Cosa lascio di me” ricorda titoli come “Cosa dici di me”, “Due belle persone”, “Cosa rimane”. Un amore, un’amicizia che avresti voluto recuperare?
«Le prime persone che mi vengono in mente sono quelle care che non ci sono più, affetti intimi, troppo personali per ricordarli in una sola battuta; così non posso fare a meno di ricordare Stefano e Valerio, grandi compagni di viaggio, il mio pensiero quando vado indietro con la memoria è rivolto a loro: due autori, due musicisti straordinari, due persone fantastiche che mi hanno dato e insegnato tanto».
“Tanta voglia di lei”, “Pensiero” e “Infiniti noi”, grandi collaborazioni negli arrangiamenti. Ci sono titoli cui avresti cambiato abito musicale, tanto da fare di un brano romantico un pezzaccio rock e, viceversa, di un motivo rock qualcosa di romantico?
«Sono sincero, non saprei dove mettere le mani. Tutto quello che è stato fatto, andava realizzato così, prima della versione definitiva nelle diverse occasioni ci abbiamo pensato su non una, ma cento volte. Faccio un esempio, 2016: “Pensiero”, “Noi due nel mondo e nell’anima” e “Chi fermerà la musica”. Le abbiamo attualizzate con suoni, groove, imprimendo a queste una spinta maggiore; l’anima che quelle canzoni avevano originariamente, però, è rimasta la stessa. Insomma, abbiamo cambiato le cornici, ma i dipinti sono rimasti intatti. E se parliamo di successi, l’operazione diventa più complicata: fanno parte della memoria collettiva, la gente si è innamorata di quella canzone cantata in quel modo, con quel suono, con quelle frequenze».
Cosa faceva Facchinetti a Torino giorni fa, se si può dire?
«Ero in missione segreta. Non posso entrare nei dettagli, perché quando sarà il momento il progetto sarà illustrato in ogni suo aspetto. Posso solo anticipare che si tratta di “Parsifal”; alcune notizie sono sfuggite al nostro controllo, ma per espressa volontà di Stefano con cui ho condiviso questa opera, tutto sarà reso ufficiale al momento giusto».
BALERE, TEATRI E STADI
Parliamo del “Parsifal” dei Pooh, hai visto mai, ti sfuggisse qualche altro dettaglio sull’opera firmata Facchinetti-D’Orazio.
«“Parsifal” per i Pooh è stato un momento decisivo. Quei dieci minuti hanno cambiato il nostro cammino, quasi fosse un esame di maturità. I tempi stavano cambiando, il rock progressivo cominciava a farsi largo, così raccogliemmo il guanto di sfida dei gruppi che andavano per la maggiore a quei tempi, parliamo del ’73. “Parsifal”, perché no? Così dimostrammo che la nostra musica non aveva solo un’anima pop: realizzammo un album straordinario».
I Pooh non si fermarono nemmeno davanti a quella sfida. L’anno, diceva, è il ’73…
«Non ci eravamo messi in discussione solo con un album, avevamo accettato un’altra scommessa: suonare nei teatri; i Pooh venivano dalle balere, erano cresciuti riempiendo i locali, ma i teatri stavano diventando esclusiva di PFM, Banco e Orme, grandi gruppi di rock progressivo. A noi toccava sfidare quelle che erano già icone in casa loro. Eravamo giovani, capaci di qualsiasi cosa, il nostro produttore discografico era Giancarlo Lucariello, il nostro manager Maurizio Salvadori. Domanda secca: “Che ne direste se provassimo a suonare nei teatri?”; la risposta, senza tanti giri di parole, altrettanto telegrafica: “Perché no?”. Mettemmo in piedi un signor concerto: quel tour di tre mesi durò un anno e mezzo».
Dai locali ai teatri, infine l’ultimo passaggio.
«Gli stadi, di mezzo ci furono anche i teatri-tenda: i teatri da mille, millecinquecento posti, nonostante due spettacoli, pomeriggio e sera, non ce la facevano più a contenere un pubblico sempre più numeroso».
Nei teatri, da “Parsifal” a “Il tempo una donna la città”…
«Per proseguire nei teatri-tenda e, soprattutto, negli stadi: “Rotolando respirando”, “Il ragazzo del cielo”, “L’ultima notte di caccia”, “Viva” e via così. Il pubblico dei Pooh ormai esigeva fuoco e fiamme e noi, a modo nostro, li accontentavamo: fumi e laser, primi a fare di un concerto anche uno spettacolo. Come Pooh di tracce ne abbiamo lasciate…».















