Tornano sulle scene con il loro ottavo album, o per meglio dire settimo più l’EP d’esordio, gli elvetici Requiem. Il titolo è tutto un programma”Collapse into chaos” ed il loro metodo di composizione e sonore è un terremoto per le orecchie.
Di fatto la band continua sulla strada dei precedenti lavori e a tre anni dall’ultimo, dal titolo “Global resistance rising”, continuano con il loro modus operandi di violenza sonora e di denuncia nei confronti dell’umanità.
I temi proposti dalla band sono abbastanza chiari e capibili già dal titolo, ripeto, ma nella sintesi ve li condenso in questo modo: informazione deformata secondo chi paga, la perdita di senso di responsabilità verso il futuro e verso il genere umano al punto di andare verso l’estinzione.
Ovviamente di aver proposto un’ucronia e non ha fatto menzione a fatti realmente accaduti; ma diciamocelo, non siamo così lontani dalla realtà (forse).
Dodici brani di death metal vecchio stampo per un totale di poco più di mezz’ora di disastro tellurico sonoro.
Certo, non siamo qui ad avere chi sa quale innovazione; la band svizzera fa il suo lavoro nei canoni del genere e del periodo storico tipico del death vecchia scuola.
Blastbeat come se non ci fosse un domani, chitarre veloci e taglienti come rasoi, voce gutturale, cavernosa e rabbiosa ed un basso che non sempre, purtroppo, è facilmente percepibile.
Dignitose le scelte di campo dal banco mixer, come già scritto avrei leggermente alzato di più il volume del basso per renderlo più presente.
Attenzione: il lavoro lo sanno fare bene e decidono, coscientemente, che piuttosto che perdersi in ricerche sonore che non sono parte del loro modo di vivere la musica death, fanno quello che sanno fare dal lontano 1997: “Death metal”.
“Mind rape”, “Collapse into chaos”, “Fade into emptiness”, “All hail the new god”, “New world dystopia” ed “Ivory morals” sono le tracce che mi hanno colpito più di altre.
Resto solo dell’idea che, come altre volte per band similari, certi intermezzi (come in questo caso l’outro) e certi intro sarebbero state molto più interessanti se articolate in modo da essere una canzone vera e propria e non un “banale” ponte tra i brani dato che “World downfall” se articolata per più dei quasi due minuti strumentali avrebbe dato qualche cosa in più all’album nel suo complessivo.
Concludendo, siamo di fronte ad un album che nel complessivo non ha grossi errori, ma allo stesso tempo ci sono zero colpi di genio, nessuna particolare innovazione; ma siamo di fronte ad un lavoro che arriva dritto allo stomaco dell’ascoltatore. Una botta sonora immediata e senza fronzoli.
I Requiem dimostrano di sapere cosa fare e come colpire “senza lasciare superstiti” tutto con la direttissima badilata death metal!
VOTO: 7/10
Alessandro Schümperlin















