La parabola artistica dei Praying Mantis è un connubio di sfortuna e genialità. Tra le migliori band dell’intero movimento NWOBHM , si sono creati una sorti di bolla all’interno di una scena talmente eterogenea e rivoluzionaria dalla quale paradossalmente i Praying Mantis si sempre stati “tenuti” a distanza (non sono stati gli unici) soprattutto per via di una proposta musicale che poco aveva a che vedere con l’Heavy Metal tout court che stava nascendo in quegli anni . Devoti ad un sound melodico, figlio della tradizione British anni ’70, la band capitanata dai fratelli Troy (Chris e Tino) si è comunque guadagnata la fiducia di tanti appassionati grazie ad un disco straordinario come il primo “Time Tells No Lies”e ad un approccio stilistico che è rimasto pressoche immutato nel tempo. I dischi successivi usciti in quella decade, non ripeteranno i fasti sonori di quel platter e porteranno la band quasi nell’oblio fino ai giorni nostri.
La Frontiers se li prende in casa e nell’era digitale i nostri (come tanti altri eroi di quegli anni) conoscono una sorta di seconda giovinezza. La band dopo l’ottima prova con l’ultimo “Gravity”, torna in pompa manga con lo squillante “Katharsis” e le aspettative vengono ampiamente ripagate.
La catarsi degli inglesi è un lavoro di teatralità che pesca con orgoglio dal proprio passato (“Cry For The Nations”) e elogia un mondo lontano ormai nel tempo (“Closer To Heaven”). Si riflette, ci si emoziona ma si spinge anche il pedale (“Ain’t No Rock N’ Roll Heaven”).
La band in tutti questi anni ha mantenuto un sound riconoscibilissimo fatto di melodie marcate, chorus e un lavoro in fase di linee di chitarre decisamente raffinato. Ciò viene confermato ancora una volta in questo nuovo lavoro che porta avanti dunque quella tradizione sonora di una band che non ha perso nulla del suo fascino.
“Katharsis” non brilla per la produzione, ma lo fa invece sul fronte di composizioni di assoluto pregio.
Voto: 8,5/10
Sonia Giomarelli















