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PEARL JAM – Gigaton

Label: Monkeywrench/Republic

Dopo l’uscita dei due singoli di “Gigaton”, nuova release dei Pearl Jam, ho potuto ridere della ridda di frasi in stile: “non sono più quelli di una volta”, “MA cosa hanno fatto?” e così via. Pare che l’evoluzione sia una cosa negativa per alcuni, troppi forse, o peggio ancora vogliano vivere nel mondo di copycat ed il peggio è pretendere che le band facciano copia di loro stessi.

Imbarazzante la pretesa di alcuni; capisco, sia chiaro, che andare verso lidi non sono sconosciuti ma in antitesi con la storia della band sia assurdo, mai vedrei credibile un Vedder con warpaint e croci rovesciate addosso, ma dall’evoluzione a valutare in modo assurdo un album ancora NON uscito solo da uno o due singoli è devastante, ma pare oramai la “normalità” anormale.

Poi gente… i Pearl Jam hanno 30 anni di carriera alle spalle, pretendere di fare, lo ripeto, le fotocopie di “Ten” e sperare di esser credibili, non solo è un’assurdità, ma denota l’inconsistenza della pretesa.
Band che hanno fondato il loro stile su stereotipi e su fotocopiare se stessi, ora sono zimbello più o meno frequente della scena musicale e non solo nel metal.

Quello che poso dire dopo alcuni ascolti di questo lavoro, che la band di Seattle ha deciso di allargare e sperimentare risoluzioni differenti in dodici brani, passando a sonorità quasi folk e country, passando per Talkin heads, usando synth tipo PFM o delle sonorità stile Depeche mode ed ancora rimandi quasi Deep purple ed assoli ottimi per qualche canzone del Re Elvis. Tutto ciò pur rimanendo all’interno di un meccanismo che ruota intorno alla voce di Vedder, che pur essendo ancora molto avvolgente e molto calda in più momenti sembra “stanca”. Sembra quasi che certa rabbia, tipica del passato, sia mitigata dall’eta. Sia chiaro lo ripeto, la sua voce è ancora molto evocativa, molto calda e riconoscibile, ma per chi li conosce da parecchio potrà certamente sentire le sfumature di ciò che intendo.

La copertina rimanda alle condizioni precarie del nostro pianeta e all’interno del cd sono presenti dei link di due associazioni ambientaliste americane, Seal Legacy e Only One, con cui Eddie ha avviato una collaborazione.
Inoltre, cosa importante per poter valutare un loro lavoro, avere vicino i testi e la base su cui ruotano i dodici brani è di fatti un’invettiva contro scelte insensate di politici per l’inosservanza del problema e dell’autorizzazione, implicita ed esplicita, dello scempio contemporaneo del pianeta.

La gestazione di questo album è stata lunga, alcune tracce ed alcune idee presenti in questo album sono del 2017, quindi si parla di tre anni di gestazione. Ovviamente in mezzo ci sono stai lutti,Chris Cornell amico e partner canoro , e live che hanno dilatato i tempi di produzione.

La openere “Who ever said” e la seguente “Superblood wolfmoon”, “Dance of the clairvojant” uno dei pezzi intorno ai quali si è scatenato un mezzo putiferio perché non rispetta lo standard “fotocopia”ma fidatevi ottimo brano,”Seven O’clock”, “Take the long way” (pezzo dedicato a Chris Cornell) e “Retrograde” sono le tracce che più di altre hanno dato un senso alle mie parole. Posso solo aggiungere che uqesto è un album da “meditazione” ovvero va ascoltato più volte per goderne al meglio le sfumature.

In definitiva, ascoltando “Gigaton” viene da festeggiare per il loro ritorno in studio e che sono tornati con un certo impatto. Ci sono poche cose ancora da aggiungere. La band dimostra nuovamente cosa è in grado di fare, le liriche sono speciali, dirette e sognanti (sogni preoccupanti, grevi ed ossessivi purtroppo), in più punti fanno nomi e cognomi dei responsabili di questo disastro ecologico e se ne prendono responsabilità. La rabbia, come dicevo, rimane ma viene veicolata in altro modo rispetto al periodo in cui nacquero.

Voto: 8/10

Alessandro Schümperlin

Tags: GigatonPearl Jamrecensione
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