Sono passati quasi 40 anni (37 per l’esattezza) da quando ho cominciato ad ascoltare Ozzy Osbourne, erano i tempi delle scuole medie e da allora ne e’ passata d’acqua sotto ai ponti.
Il mio amore verso questo artista non e’ mai venuto meno, seppur tra alti e bassi, ho sempre continuato a seguirlo nella sua carriera solista (e non).
Siccome ho citato i punti “bassi”, per dovere di cronaca devo fare “nomi” e “cognomi”: mi riferisco ad album come “Down to Earth”, “Black rain” e “Scream”.
In particolare gli ultimi due, sono album che non ho apprezzato particolarmente, forse per via del sound un po’ troppo “moderno” (produzione curata da Kevin Churko) ma anche per la qualita’ intrinseca delle composizioni.
Non a caso il buon Ozzy ha avuto una pausa lunga dieci anni, forse in attesa di trovare l’ispirazione giusta o forse per il fatto che era impegnato nella reunion con i Black Sabbath, con cui ha pubblicato l’album “13”.
Il ritorno “solista” sulle scene avviene nel 2020 con la pubblicazione di “Ordinary man”, disco che lasciava presagire qualcosa di buono ma che al tempo stesso lasciava un po’ l’amaro in bocca (anche per via dell’assenza di Zakk Wylde alla chitarra), partiva bene ma crollava sul finale con l’aggiunta di qualche brano “filler”.
Bene, “Patient n.9” e’ il miglior disco di Ozzy tra quelli “partoriti” nel nuovo millennio, moderno ma allo stesso tempo “retro’”, ottimamente prodotto da Andrew Watt (come il precedente “Ordinary man”) , qui possiamo trovare tutta l’essenza di sua maesta’.
Il disco apre con la title track “Patient n.9”, brano che ci riporta indietro nel tempo, ai fasti di “Bark at the moon” : questa e’ la traccia “retro’” a cui mi riferivo in precedenza; melodica, ruffiana, uno dei pezzi piu’ belli ( anche il piu’ lungo in termini di minutaggio) e riusciti del disco. L’inizio non poteva essere dei migliori, anche grazie alla presenza di Jeff Beck alla chitarra.
Tra i pezzi piu’ moderni (con alcune reminescenze che rimandano agli anni 70’) in linea con le ultime produzioni del madman, troviamo “Immortal” (con Mike McCready e Duff McKagan), “Parasite” ed “Evil shuffle” (queste ultime due vedono il fedelissimo Zakk Wylde alla chitarra solista): brani piacevoli, ottimamente suonati ma niente che ci faccia “sobbalzare” dalla sedia.
Per la prima volta in assoluto in un disco solista di Ozzy, troviamo come special “guest” Tony Iommi (meglio tardi che mai !), il chitarrista inglese e’ presente in due brani “sabbathiani” al 100%.
Le tracce in questione, “No Escape From Now” e “Degradation Rules” hanno sonorita’ piu’ vicine a quelle dei Black Sabbath, rispetto a quelle tipicamente proposte dall’ Ozzy solista.
Molto bella ed articolata la prima, con tanto di voce iniziale “filtrata”, che si attesta come la migliore delle due. Il brano e’ un mix tra le produzioni dell’era Tony Martin (periodo “Cross Purposes”-“Forbidden”) e quelle targate “Ozzy”, ottimo il guitar-work di Iommi, il cui stile e’ unico ed inconfondibile.
Piu’ “settantiana” risulta “Degradation Rules”, brano che sembra essere un “outtakes” di “13” (album che gia’ risultava come un tentativo di riproporre il sound dei primissimi album) e che ci riporta indietro nel tempo, agli esordi della carriera del “Sabba nero”, in virtu’ di una struttura ritmica (con tanto di “harmonica”) tipica di quegli anni.
Tra I pezzi piu’ riusciti del disco, troviamo la blueseggiante “One of Those Days”, traccia che vede la partecipazione di uno straordinario Eric Clapton alla chitarra, per un mix acustico-elettrico di notevole impatto sonoro ed emozionale.
“A Thousand Shades”, altro brano acustico-elettrico superlativo, che vede nuovamente Jeff Beck dietro alla sei corde, composizione fresca che riporta il buon Ozzy a rinverdire i fasti del passato.
Il miglior brano, tra quelli che vedono alla chitarra il fido Zakk Wylde, e’ senza dubbio “Mr. Darkness” (una delle tracce migliori del disco, insieme alla title track); quando si dice che a volte un gran pezzo si evince gia’ dal titolo, e’ proprio questo il caso ! . Non aspettatevi una nuova “Mr. Crowley”, ma la composizione e’ davvero ottima, riesce a coinvolgere come non mai, anche grazie ad un Zakk Wylde in grandissima forma; Zakk autentico valore aggiunto per le composizioni di Ozzy, che sia su disco o in sede “live”.
C’e’ anche spazio per la degna erede di “Mama, i’m coming home”, ovvero “Nothing Feels Right” (con ritmiche leggermente piu’ veloci rispetto al vecchio “hit”) , dove possiamo stropicciarci gli occhi con un bellissimo e coinvolgente solo di chitarra, ad opera di un sempre fenomenale “Wylde”.
“Dead and Gone” e’ un altro brano “top”, che potrebbe far parte di quel capolavoro che risponde al nome di “Bark at the moon”, una sorta di “Spiders” 2.0, giusto per fare un paragone con il “glorioso” passato.
A chiudere il disco, la brevissima “Darkside Blues” (1 minuto e mezzo di durata), traccia gia’ edita, visto che figurava come bonus track, nell’edizione giapponese del precedente “Ordinary man”.
“Patient n.9” e’ il mix perfetto tra il vecchio e il nuovo Ozzy, musicalmente variegato, melodico e al tempo stesso “metal”; se con “Ordinary man” si era visto qualche passettino in avanti, con questo “Patient n.9” si sono fatti passi da gigante (gigante del “metal”, quale lui e’).
Nella speranza che non sia l’ultimo disco della sua carriera, godiamoci questo gradito ritorno e… lunga vita a sua maesta’! che non puo’ piu’ prescindere dalla collaborazione con il “barbuto” chitarrista (simil-vichingo), da lui scoperto nel 1988 (“No rest for the Wicked”).
Voto: 8/10
Stefano Gazzola















