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Omar Pedrini, 25 anni di ‘2020 SpeedBall’: ‘La natura vince sempre’

Omar Pedrini, 25 anni di ‘2020 SpeedBall’: ‘La natura vince sempre’

Il rocker bresciano spiega la genesi di uno degli album più profetici dei Timoria e racconta la sua quarantena, fra riflessioni e aneddoti che si ricollegano all’oggi

“Oggi no, non resisto più, stare qui, niente cambia”, cantavano i Timoria nel 1995. Venticinque anni dopo il futuro distopico tracciato dall’album “2020 SpeedBall” sembra profetico come alcune visioni di Philip K. Dick. A giugno verrà celebrato con la pubblicazione di un’edizione speciale. Oggi l’isolamento fisico porta Omar Pedrini (nelle foto di Luca Calcaterra), autore di quei testi premonitori, in equilibrio fra l’ansia per il presente e la paura del domani. È un artista sospeso, come tutti gli esseri umani, lucido nel riavvolgere la storia di quell’album e nel raccontarsi a cuore aperto.

Omar, il tuo primo pensiero va a Brescia?
È un periodo molto tosto. Da Brescia non arrivano mai belle notizie. A causa del virus ho perso un caro amico e diversi conoscenti. Nella mia città natale abita anche mio padre, con la sua compagna. Ha 82 anni, sono terrorizzato che esca di casa. Io vivo a Milano e anche qui non tira una bell’aria, la situazione è drammatica. Ogni volta che chiamo qualcuno a Brescia sento di sottofondo la sirena dell’ambulanza, è un suono che mi perseguita.

Come provi a scacciarlo dalla testa?
Sono abituato, in realtà, a confrontarmi con la costrizione, l’ansia e la paura. Il mio cuore malandrino, me lo ribadiscono spesso i medici, e i tanti mesi passati in ospedale, mi hanno permesso di creare una corazza. Alle esperienze di vita unisco anche nuove forme di conoscenza: prima dello scoppio della pandemia frequentavo un centro tibetano, la spiritualità aiuta. Mi capita spesso di interrogarmi su Dio o comunque su qualche cosa di più “alto”. Non penso tanto alle risposte, ma a pormi le domande giuste.

Che cosa ti hanno detto i medici?
Che sono un soggetto a rischio. Ho avuto tre operazioni a cuore aperto. Contraessi un’infezione, potrebbe direttamente attaccare le mie zone sensibili e a quel punto non ci sarebbe nulla da fare. Vivo in tensione e non sono certo che “andrà tutto bene”. È il motivo per cui non riesco a scrivere una canzone: un po’ perché mia figlia, appena sente che suono la chitarra, mi accompagna con la sua, un po’ perché questa esperienza al momento non voglio fissarla in un pezzo, voglio rimuoverla dal pensiero e basta. Provo molta invidia per i colleghi che riescono a scrivere canzoni ottimiste sul domani.

Nel marzo del 1995 uscì “2020 SpeedBall” dei Timoria. Un album profetico?
Per tanti aspetti sì. Incredibile. Raccontavamo di un mondo sul punto di non ritorno, dominato dalla tecnologia e con una natura che ci avrebbe servito il conto, riprendendosi i suoi spazi e scacciandoci, costringendoci a cercare nuove mete. Ci sono tante analogie con l’oggi.

Hai visto le immagini degli animali selvatici nelle città?
Mi hanno lasciato senza fiato. È proprio quello di cui ti stavo parlando. Il video di quel cerbiatto che, in spiaggia, gioca con le onde del mare è poetico. Mia figlia ha sei anni e non so che cosa darei, quando sarà grande, per farle vedere dal vivo uno spettacolo così. Vorrebbe dire che il mondo ha invertito rotta. In “2020 SpeedBall” eravamo più pessimisti: la natura, invece, oggi ci dimostra ancora una volta che è più forte di ogni cosa, anche dei danni che le abbiamo provocato.

In quel disco puntavate il dito anche verso i “nuovi santoni”.
Nel pezzo “Guru”. Oggi in tv se ne vedono tanti. Pensa che in una vecchia registrazione del Roxy Bar del 1995 uno dei nostri mimi indossava una mascherina come quelle che portiamo sul volto oggi. Coincidenze incredibili.

Come nacque l’idea di raccontare una realtà distopica?
Dopo il liceo a Brescia, mi iscrissi a Scienze Politiche, a Milano. Lo feci per mio padre, ci teneva che continuassi gli studi, ma io in realtà stavo già pensando alla musica. Portavo le cassettine alle case discografiche e sognavo di vivere facendo questo mestiere. Ogni anno all’Università ci fornivano un volume intitolato “The state of the world”. E mi ricordo che in una di queste pubblicazioni lessi che per la prima volta la mia generazione avrebbe ereditato un mondo peggiore, dal punto di vista climatico ed economico, di quello passato. Si era incrinata la curva positiva del progresso. Sull’onda di quella lettura nasceranno le visioni di “Viaggio senza vento” e “2020 SpeedBall”.

Con l’università poi come è finita?
L’ho mollata nel 1991 quando andammo al Festival di Sanremo e tutti ci accusavano di aver tradito il mondo rock. In realtà fummo fra i primi a rompere un muro.

Oggi che cosa resta delle idee e dei valori che reggevano i dischi dei Timoria?
Continuano, in modo diverso. “Sole spento” la scrissi per un carcerato. A Torino, con alcune associazioni, sto portando avanti delle battaglie perché non vengano dimenticati i carcerati. Ho lanciato un appello per permettere loro di avere mascherine e respiratori e qualche cosa si è mosso. La campagna è iniziata proprio quando sono partite le rivolte in alcuni istituti. Da fuori non è facile capire, infatti mi ha commosso vedere Papa Francesco ricordare i carcerati in un momento così difficile per il Paese.

Oggi confrontarsi con se stessi spaventa?
Uno dei miei maestri, Gino Veronelli, amava ripetere: “quando sono a casa da solo amo offrirmi un bicchiere di vino”. Sentirsi in compagnia anche quando si è soli è una virtù, lo affermava anche San Francesco. Dovremmo capire, anche se siamo chiusi nelle nostre case, magari soli, quanto siamo fortunati. Siamo una parte della società con la pancia piena. C’è chi rovista fra i cassonetti per mangiare. Non sono banalità. Qualche giorno fa mettevo in ordine la libreria: un terzo dei libri che ho non li ho mai letti, eppure continuo a comprarne di nuovi. È una fotografia di quello che siamo.

Che cosa pensi dei live in diretta sui social? Nick Cave, in una lettera, ne ha preso le distanze.
Quando vado sul tetto e canto Bob Marley sono felice. E lo sono anche le persone che mi ascoltano, i vicini e chi è connesso virtualmente. Cave per me è un maestro. Ha ragione: questi sono tempi in cui bisogna riflettere sul nostro ruolo, ma le dirette, senza abusarne, fanno bene all’anima.

Guccini pensa che il virus non cambierà il nostro modo di essere.
Sono un “gucciniano” della prima ora. L’usanza del tenere la bottiglia di vino sul palco, l’ho presa da lui. Per una volta spero che non abbia ragione, ma temo anche io che lo stronzo resterà stronzo.

Sei preoccupato per il settore della musica?
Terrorizzato. Intanto perché non lavorare significa non pagare il mutuo. Ne parlavo proprio in questi giorni con mia moglie, al momento non so come faremo, perché io non sono uno di quegli artisti che ha accumulato ricchezze. Inoltre sono avvilito per chi lavora con me. Quando mi muovo in tour faccio mangiare quindici persone. È giusto fare degli appelli, farsi sentire.

Serviranno?
Lo spero. Ogni volta che succede qualche cosa di grave in questo Paese, chiedono agli artisti di cantare. È ora che qualcuno aiuti gli artisti e chi lavora con loro.

Sei tifosissimo del Brescia. Ha senso, in un Paese ferito, far riprendere il campionato?
Ho un passato da ultrà e ho trovato meravigliose le iniziative portate avanti da tutti i gruppi ultras italiani durante questa emergenza. Ho letto un comunicato dei ragazzi del Brescia che rifiuteranno, ci fosse la possibilità, di andare allo stadio a seguire il prosieguo del campionato. E hanno ragione. Non è questione di classifica o tifo, ma di umanità.

fonte: Claudio Cabona – Rockol

Tags: interviste
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