Un disco segnato dalla scomparsa di un compagno di viaggio, il bassista Paolo, con il gruppo di Genova che ha continuato anche grazie alla spinta della moglie, che ha giustamente pensato che la prosecuzione della band fosse il modo migliore per mantenere vivo il ricordo del marito deceduto.
Con questa premessa, il disco di OldNick ( nome che nello slang inglese significa demonio o qualcosa del genere) “Take a look at the sky” è chiaramente dedicato e ispirato alla figura del grande amico in particolare del cantante e ora bassista Zampa, che non c’è più. Dave alla batteria e Maniax alla chitarra completano una formazione molto essenziale nei suoni e nelle composizioni.
La biografia ufficiale parla di stoner-hard rock anche se, dopo diversi ascolti, quello che sembra preponderante è la personale elaborazione del grunge con un retrogusto che affonda le sue radici nel prog italiano d’annata, che il gruppo propone, anche se, ovviamente, le influenze e le sonorità sono piuttosto variegate, per questo debutto sulla lunga durata.
Dopo l’intro, la prima song è evidentemente dedicata a Paolo “The honest man” che si regge su un riff piuttosto ficcante per un hard rock molto tendente al grunge, con la seguente “I don’t care” che è un po’ il brano tipico degli OldNick, almeno in questo disco : i riff sono interessanti, la struttura dei brani molto minimale e essenziale, nella migliore tradizione dei trio metal-rock.
La title-track “Take a look to the sky” è ancora più grunge, anche questa totalmente dedicata all’amico e si percepisce nettamente dalla voce di Zampa. “Don’t hide” è un rock leggero con la chitarra distorta che agisce in sottofondo, prima che diventi protagonista anche di un assolo di rilievo, il ritornello non convince altrettanto.
Un’intro di basso alla Ghost dà il via a “My obsession”, brano che richiama alla fase psichedelica dei Black Sabbath e il glorioso prog italiano degli anni settanta , compreso l’assolo in questa chiave. Questo sapore prog torna con “On a wrong way” con un prolungato assolo molto effettato. Questa influenza si affievolisce con “Crawling” e “Fall down”, brani più propriamente rock , con il secondo che è praticamente un dialogo in musica e il primo che presenta un lungo e interessante assolo nella parte centrale del brano.
“Never again” è un brano molto ritmato con voce articolata che presenta anche parti sussurrate e la musica che sembra interrompersi, mentre la finale “Crossroads” riporta in auge qualche influenza prog-rock su un altro impianto post-grunge e buono assolo, sia pure con una parte finale che sembra un po’ forzata.
Come debutto, questo trio genovese passa sicuramente la prova, con la possibilità di trarre beneficio e anche una maggiore varietà con l’aiuto in fase compositivo di Maniax, che pare chitarrista ispirato. Sicuramente, se volevano onorare l’amico scomparso, certamente lo hanno fatto molto bene.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi















