Parliamoci subito chiaro: è difficile per il sottoscritto recensire questo album mantenendo quell’asetticità degna di un giornalista di mestiere… E siccome tale non sono, posso permettermi di trasmettere tutte le emozioni provate fin dal momento in cui la sua pubblicazione cominciava a concretizzarsi. Già, perché, in una realtà in cui è facilissimo produrre un disco, Canto VII ha fortemente rischiato di non esistere ed è, quindi, un piccolo miracolo di forza, tenacia, ostinazione e speranza. Valori che mai sono venuti meno al leader della band, Gary D’Eramo, nonostante un lungo periodo rabbuiato non solo dalla pandemia, ma anche da una serie di problemi personali e familiari. Al contrario Gary ha trasformato tutte queste negatività in energia e rabbia, controllate in modo micidiale e fatte convergere tutte in questo nuovo e magnifico disco dei Node. Quindi giochiamo subito a carte scoperte affermando che abbiamo tra le mani uno dei migliori dischi di metal italiano degli ultimi anni, sicuramente il top per quel che riguarda il loro genere, al confine tra thrash e death estremamente tecnici, anche a livello internazionale. Settimo lavoro della storia ormai trentennale del gruppo, Canto VII (appunto…) mutua il suo concept dal relativo capitolo dell’Inferno della Divina Commedia, proprio dove si parla di avarizia, prodigalità, iracondia ed accidia. Una trasposizione in musica di un’attenta analisi di una società sempre più condizionata dal dio denaro e dalla tecnologia, con la conseguente perdita di valori spirituali e sociali. E se, in prima istanza, possiate pensare che questi siano concetti abusati, vi posso assicurare che Gary, autore di tutte le liriche, le sue riflessioni le ha condivise giorno per giorno sulle sue pagine mediatiche, sperimentando questa devastazione sociale sulla sua pelle. Per cui, assodatane l’assoluta credibilità ed autorevolezza sul tema, passiamo a parlare della musica… E signori!!! Che musica!!! Così come si apre il canto nell’opera dantesca, parte la declamazione dell’intro Papè Satan e via al primo brano, Enter The Void, dove il nuovo e bravissimo singer Dave Arri ci porge il suo biglietto da visita. Uno splendido assolo di chitarra e break atmosferico di stampo floydiano sono esemplari del mood compositivo estremamente articolato che caratterizza, in realtà, l’intero lavoro. Per The Sacred Theater Of Nothingness è stato girato anche un bel video, dove potete osservare la band pestare in tutto il suo splendore. Colpisce l’utilizzo di registri diversi, seppur sempre estremi, di Dave. The Wolves Of Yalta parte come un razzo ma nella seconda metà racchiude una bellissima apertura melodica. Life On Display ospita Trevor dei Sadist, una splendida armonia sottesa all’assolo di chitarra ed una conseguente ripresa davvero brutale. Resign Yourself è una cavalcata con un micidiale break di stampo neoclassico. Moan Of Pleasure è una mini suite di quasi 8 minuti, con break acustico, mare in sottofondo, a la King Diamond, con dei bei fraseggi di basso e che sfocia in un bellissimo assolo di chitarra elettrica. Chiude la cover di Territory dei Sepultura, un tributo ai maestri del genere nei loro tempi d’oro. Grande lavoro strumentale su tutto il disco. Di Dave Arri abbiamo detto. Gary D’Eramo è davvero monolitico ma allo stesso tempo chirurgico nell’utilizzo del suo basso, oltre a cimentarsi ai synth. Superlative le prove di Gabriele Ghezzi alla chitarra e Pietro Battanta alla batteria. Ottenuta la fiducia dell’ottima Nadir (di Trevor Traverso e Tommy Talamanca) che lo ha pubblicato, dopo esser stato masterizzato in Svezia da Niels Nielsen (tastierista dei Ghost e degli In Flames) per un risultato finale che spacca le casse dello stereo, questo disco fungerà da pietra miliare e segnerà un punto di ripartenza per tutti gli altri. Occhio anche alla biografia della band, scritta da Massimo Villa (alle spalle anche quella di Necrodeath, Sadist ed Extrema), pubblicata contemporaneamente a cura di Arcana.
Voto: 10/10
Salvatore Mazzarella















