Dopo un’attesa di vent’anni dal loro debutto, i Nail Within sono tornati nel 2023 con “Sound of demise”, e il loro ritorno è un’esplosione di aggressività che dimostra come la band israeliana non abbia perso un briciolo della propria ferocia. Questo secondo album è un’evoluzione matura del loro sound, che fonde con maestria il thrash metal più viscerale con elementi di death metal melodico, risultando in un’opera potente e convincente. Come spesso faccio presente un secondo album dopo 20 anni è un pochino tanto, capisco le possibili vicissitudini di una band, ma dopo 20 anni dall’esordio diciamo che è una seconda “verginità”.
“Sound of demise” si apre con una scarica di energia, mettendo subito in chiaro che i Nail Within sono qui per colpire duro. La produzione è moderna e potente, garantendo che ogni riff e ogni colpo di batteria abbiano il massimo impatto. Il sound è corposo, con un’enfasi sulla chiarezza che permette di apprezzare la precisione esecutiva della band.
Le chitarre sono le vere protagoniste: le loro trame sono un intricato mix di riff thrash diretti e incisivi che richiamano band come Slayer e i Kreator più furiosi, uniti a passaggi più melodici e tecnici tipici del death metal svedese. Il lavoro solista è notevole, con assoli ispirati che aggiungono un tocco di melodia senza compromettere la brutalità complessiva. Brani come “Bleeding society” (con la guest di Tom Angelripper dei Sodom) e la title track “Sound of demise” sono esempi lampanti della loro capacità di creare inni metal memorabili.
Le voci di Yishai Sweartz sono un growl roco e penetrante, che si sposa perfettamente con la musica, trasmettendo un senso di urgenza e rabbia. I testi affrontano temi attuali come la critica sociale e la barbarie umana, rendendo l’album ancora più rilevante.
Il ritmo è quasi sempre sostenuto, con la sezione ritmica che spinge costantemente in avanti con forza e precisione. Tuttavia, la band dimostra anche la capacità di variare il tempo e di inserire sezioni più cadenzate, come in “Severe suffering”, che sfocia quasi in territori doom, o in “Years of Madness” (con un assolo di Eric Peterson dei Testament), che rende omaggio a LG Petrov degli Entombed ed il loro stile do death. Questa versatilità mantiene l’ascolto dinamico e interessante.
In sintesi, “Sound of demise” non solo segna un ritorno in grande stile per i Nail Within, ma li riafferma come una band di rilievo nella scena extreme metal. È un album che bilancia perfettamente aggressione, tecnica e melodia, offrendo un’esperienza sonora appagante per gli amanti del thrash e del death metal. Non reinventano la ruota, ma la fanno girare con una potenza e una convinzione impressionanti. Speriamo solo che non facciano passare altri 20 anni per un terzo capitolo, perché sarebbe un’autocastrazione senza precedenti.
Voto: 7.5/10
Alessandro Schümperlin















