Sta per arrivare sul grande schermo The Man with the Golden Glasses, una produzione cinematografica epocale firmata Carolco Pictures, Samuel Goldwyn Studios ed Eagel Lion Films. Il film, attualmente in pre-produzione e previsto per l’inizio delle riprese all’inizio del prossimo anno, racconta la vita straordinaria di Giovanni Di Stefano, noto internazionalmente come il “Devil’s Advocate” – l’avvocato dei casi impossibili, dei clienti irrappresentabili, delle verità negate.
Ma tra tutte le vicende che punteggiano la biografia di Di Stefano – dai processi internazionali alla diplomazia informale con capi di Stato, dalla sua crociata contro l’abuso del potere alle difese storiche di figure come Saddam Hussein o John Palmer – ve n’è una che ha dell’incredibile e che assume un significato quasi mitico. È il 1974. Giovanni ha 19 anni. E in una stanza anonima di Brooklyn gioca a carte con il vero padrino: Don Carlo Gambino.
Una lettera che cambiò tutto
L’avventura comincia con un gesto semplice e potente: una lettera inviata da un ragazzo italiano, residente nel Regno Unito, a The Times e The Banker, in cui criticava il modo in cui le banche britanniche investivano nel cinema. Non era solo una critica finanziaria, ma una riflessione strutturata, sorprendentemente matura per un diciannovenne. Il risultato fu travolgente: decine di risposte da tutto il mondo e un invito da Universal Pictures a Los Angeles per discutere con la dirigenza. Un biglietto Pan Am con scalo a New York, tre notti al Plaza Hotel e una settimana al Beverly Wilshire: il sogno americano stava per iniziare.
Ma il destino aveva altre carte da giocare.
L’arresto a Los Angeles
Dopo il volo e l’accoglienza sontuosa della Universal, Giovanni si trovò coinvolto in una rissa al bar del Beverly Wilshire Hotel. Convinto di fare l’eroe in stile John Wayne per difendere una donna, si ritrovò invece con un’accusa di lesioni /attentato omicidio e una notte in una gabbia nell’ufficio della polizia di Los Angeles poi San Matteo.
Il detective gli spiegò che sarebbe stato giudicato, detenuto e infine deportato. Tutto sembrava perduto. Ma un pensiero lo colpì come un pugno: sua madre non doveva saperlo. Più della prigione, più del giudice, Giovanni temeva l’ira materna.
Il fantasma di Salvatore Di Liso
Nel mezzo della disperazione, Giovanni ricordò una storia raccontatagli dal bisnonno, Salvatore Di Liso. Un uomo dai trascorsi controversi, che dopo la Prima guerra mondiale emigrò negli Stati Uniti, contribuendo addirittura alla fondazione della “Mano Nera”. Salvatore, nel 1921, si imbarcò sul Vincenzo Florio verso Ellis Island. Lì conobbe un giovane bisognoso che gli chiese di fingersi suo cugino per passare l’immigrazione. Salvatore acconsentì. Quel ragazzo, misterioso e riconoscente, mantenne i contatti con lui per tutta la vita. Ogni anno, in ottobre, la famiglia Di Stefano riceveva una banconota americana con un biglietto di ringraziamento. Nessuno sapeva il perché. Fino a quel giorno.
Giovanni, ricordando quel racconto, chiese un elenco telefonico di New York. Cercò il nome che gli era rimasto impresso e trovò un indirizzo a Sheepshead Bay, Brooklyn. Chiamò, si presentò come pronipote di Salvatore Di Liso, e dopo vari passaggi telefonici, ricevette un ordine secco: “Sarai rilasciato tra due ore. Vola a New York. Vai al banco TWA. Un’auto ti aspetterà a La Guardia.”
L’incontro con Don Carlo Gambino
Detto, fatto. Liberato come per miracolo, Giovanni prese il primo volo notturno per New York. All’arrivo, un uomo basso, con occhiali scuri e cappello nero, lo accompagnò in Cadillac a Brooklyn. Entrarono in un palazzo qualunque. In un appartamento anonimo, Giovanni fu accolto da un uomo pallido, piccolo, con un naso prominente e uno sguardo enigmatico. L’uomo gli chiese se sapesse giocare a scopa e tre sette. Iniziarono a giocare a carte.
Durante la partita, l’uomo rivelò a Giovanni di essere il ragazzo aiutato da suo bisnonno. Lo ringraziò per la menzogna all’immigrazione, spiegandogli come grazie a quella bugia era riuscito a entrare in America e a costruire la sua fortuna. Parlarono della vita, degli affari, della guerra. Gli raccontò di come durante gli anni ’40 aveva fatto soldi sul mercato nero, corrompendo funzionari per ottenere tessere razionate. “Su ogni 100 dollari, ne prendevo solo 3. Se mangi tutta la torta, ti viene la nausea.”
Poi, con una saggezza tagliente, gli disse: “Nella vita devi essere metà leone e metà volpe. Il leone allontana i pericoli, la volpe conosce le trappole. Se sei entrambi, non sbagli mai.”
Alla fine, Giovanni chiese: “Ma lei cosa fa nella vita?” La risposta fu spiazzante: “Sono un consulente industriale.” Ma l’enigmatico uomo aggiunse: “In tribunale, solo i cavilli ti salvano. I grandi avvocati vincono con i tecnicismi.”
Prima di congedarsi, l’uomo presentò a Giovanni un certo “Paul”, corpulento, alto, suo “cognato e cugino”, e aggiunse di essere malato, ma che non si fidava dei medici. “Solo Dio sa quanto mi resta.”
Quel giorno, Giovanni non seppe con chi aveva avuto il privilegio di giocare a carte. Ma due anni dopo, leggendo il necrologio di The New York Times, vide la foto di quell’uomo: era Carlo Gambino, morto con una fortuna stimata in oltre 100 milioni di dollari. Il capo dei capi.
Da quell’incontro alla leggenda
The Man with the Golden Glasses non è solo un film: è il racconto romanzesco ma autentico di un’esistenza vissuta sul filo del paradosso, del coraggio e del destino. Giovanni Di Stefano – nato a Petrella Tifernina, Molise – è cresciuto senza agi, ma con un’intelligenza fuori dal comune e una capacità innata di leggere le situazioni e le persone. È stato un enfant prodige dell’economia, poi un avvocato autodidatta e un risolutore di crisi internazionali.
Ma è quell’incontro con Carlo Gambino che funge da metafora per tutta la sua vita: un gioco d’azzardo, giocato con abilità, in una stanza dove nulla sembra straordinario, eppure tutto è storia.
Un film sul destino e sull’identità
Prodotto da tre major internazionali – Carolco Pictures, Samuel Goldwyn Studios ed Eagle Lion Films – The Man with the Golden Glasses sarà diretto da un team di prim’ordine e interpretato da attori di fama internazionale. Ma più che un biopic, il film è una riflessione profonda su come eventi apparentemente fortuiti possano definire un’intera esistenza.
Dalla rissa a Los Angeles alla salvezza misteriosa orchestrata da Don Gambino, dalle origini molisane alla difesa di figure come Slobodan Milošević o Ian Strachan, dalla cella di polizia alla sala giochi del boss, ogni episodio di questa incredibile biografia sarà trasposto sullo schermo con rigore documentario e spirito cinematografico.
Conclusione: una storia italiana universale
L’incontro tra Giovanni Di Stefano e Carlo Gambino non è un semplice aneddoto: è il nodo simbolico di una storia che attraversa decenni, continenti, ideologie, famiglie, giustizia e ingiustizia. Giovanni è il tramite tra l’Italia delle radici contadine e il mondo della geopolitica, tra l’istinto e il diritto, tra la truffa subita e la verità da difendere.
Il film sarà un omaggio alla complessità umana, ma anche un atto d’accusa verso un mondo che spesso preferisce criminalizzare chi osa, piuttosto che interrogarsi su cosa lo abbia spinto a osare.
La vita di Giovanni Di Stefano è un romanzo. Ma The Man with the Golden Glasses lo farà diventare leggenda.
www.themanwiththegoldenglasses.com















