Spesso ci lamentiamo del fatto che la musica, pur ottimamente eseguita, non è particolarmente originale. Del resto anche Bocelli, che vende milioni di dischi, dice candidamente che le note sono sette e i dischi che escono ogni anno centinaia di migliaia, quindi essere originali è difficile.
Tutto questo non vale per i First Fragment, gruppo canadese francofono, che propone un disco “Gloire Eternelle” che farà sobbalzare sulla sedia anche chi, come noi, è di larghe vedute in fatto di musica e in particolare di metal.
Cercando di descrivere la proposta musicale di questi cinque canadesi, possiamo parlare più che di death tecnico come vengono spesso definiti, di neoclassical death, la cui composizione è affidata esclusivamente a Phil Tougas, per la parte musicale e ad AB David per i testi, tutti scritti e eseguiti in francese.
Per cercare di spiegare bene cosa c’è in “Glorie Eternelle”, secondo disco dopo “Dasein” del 2016, partiamo dal fatto che la chitarra ritmica praticamente non c’è e forse, in qualche caso, la ritmica è acustica. La struttura musicale è retta dalla chitarra solista e, qui è la vera novità e particolarità, da un basso solista, quello di Dominic “Foreste” Lapointe che sfida in velocità la chitarra e i due strumenti sviluppano una trama molto particolare, dal risultato di fatto neoclassico. E il death? Quello deriva dalla voce di AB David , che si inserisce nella musica con la sua tonalità bassa, in growl. La batteria di Nicholas “le fou” Wells propone di fatto un blast beat per andare dietro alla velocità dei solisti, ma dimostra di potersi adattare alle diverse situazioni di tempo senza alcun problema. Insieme a Tougas, l’altra chitarra è di Nick “Thriller”Miller.
Ne viene fuori un mix pazzesco che mette insieme influenze jazzistiche, addirittura new age in alcuni passaggi, molto neoclassico dei più grandi chitarristi, l’uso del basso di Stu Hamm estremizzato grazie alla totale padronanza del fretless senza tasti di Lapointe, che consente digressioni che sembrano impossibili per uno strumento che normalmente si limita a una fase solitamente ritmica.
I brani sono discretamente ostici, ma ascolto dopo ascolto penetrano nella mente di chi ascolta e si fanno apprezzare per la forma sempre diversa che assumono, cambiando ritmo e aspetto in modo sorprendente, tanto da interessare chi la musica la insegna ad alti livelli.
Fra i brani da citare sicuramente “In’El”, diciotto minuti di musica cangiante, divisa in 6 movimenti come una composizione classica. La voce del cantante arriva dopo l’ottavo minuto e in quasi tutti i brani, eccetto “Pantheum” dove la struttura del brano è più tradizionale e la voce che accompagna lo svolgimento dei due solisti parte con la song stessa, sono incursioni vocali più che cantati veri e propri.
Per capire la contaminazione new age bisogna ascoltare “Sonata en mi mineur” con una chitarra poco aggressiva e un basso che per una volta fa la sua azione ritmica. Per il resto, brani lunghi e medi, come la title track, “Soif Brulante” e “Ataraxie” tanto per citarne alcuni, rispecchiano le linee dominanti dell’opera.
Voto: 8/10
Massimiliano Paluzzi















