Formatisi nel 2019, originari di Harwick in Inghilterra , amici d’infanzia, il loro disco di esordio “The Saberlight Chronicles”, rifilatomi da un altro recensore di cui non faccio il nome, al primo ascolto non mi è assolutamente piaciuto.
Poi, però approfondendo, mi pare che a livello compositivo i quattro amici abbiano delle potenzialità, anche se a come immagine e videoclip le ingenuità sono molte e quindi il margine di crescita è certamente ampio.
In generale il disco presenta passaggi molto scontati e brani non straordinari, eccetto tre composizioni che mi sono strapiaciute e entrate di diritto nella mia playlist personale.
Mi riferisco alle centrali ( come collocazione numerica) “Oak and ash”, “Hearts upon the hill” e “Scars and shrapnel wounds” che mi hanno catturato ognuna per le sue proprie caratteristiche .
“Oak and ash” della quale è uscito in questi giorni un video, tutt’altro che indimenticabile per l’aspetto visivo, mi ha emozionato per un grandissimo giro di chitarra, che anche il video dimostra essere piuttosto semplice ma, a mio avviso, efficacissimo. “Hearts upon the hill” si fa preferire per il grande ritornello e coro che sono quanto di meglio abbia ascoltato in questo inizio 2022, mentre “Scars and sharpel wounds” è un po’ una sintesi dei due brani sopracitati, risultando trascinante a livello musicale e vocale.
Il resto, sinceramente, non mi ha appassionato allo stesso modo, visto che i brani sono una versione intermedia fra sigle di cartoni animati alla Cristina D’Avena, non raggiungendo la classe dei Trick or Treat in questo campo, e musicalmente un incrocio fra Rhapsody, che i Fellowship indicano come loro ispirazione, e i Bal Sagoth, gruppo molto strano, anch’esso inglese che non ha avuto grande successo pur essendo decisamente originale.
I brani si susseguono : “Until the fires die”, “Atlas” e Glory days” che precedono i tre pezzi sopracitati, si assomigliano e seguono le coordinate che ho descritto prima, risultando piuttosto scontati e non certo straordinari. In questo contesto si distingue “ The hours of wintertime” che si sviluppa con sonorità più dure e con un finale con piano e voce che crescono e che conferiscono al brano una sua fisionomia. “Glint” è molto cartoonesco, con un cantato evocativo, seguito dalla più scontata “The Saint beyond the river” una song fiabesca e melodica, caratteristica ancora più accentuata da “Silhouette”, una vera e propria ballata ancora più sdolcinata. Se “Still enough” ricalca i pezzi precedenti, la conclusiva “Avalon” presenta 9’ a più ampio respiro, dove la vicinanza con i Rhapsody si esplicita in maniera maggiore e una venatura prog appare nella sua evidenza, seppure in ambito melodico.
Dicevamo dei video, su questo i Fellowship devono migliorare molto : infatti sono davvero poco brillanti, sono vestiti in modo improbabile, non si vede il basso che suona e quindi ci sono lacune evidenti, che devono essere superate per fare compiere al gruppo il necessario salto di qualità.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi















