Enio Nicolini è un artista unico nel panorama rock e metal italiano. Conosciuto ai più come bassista dei The Black del mitico Mario Di Donato e membro fondatore degli storici Unreal Terror, anziché assestarsi sugli scudi ha sempre lavorato duramente per sperimentare soluzioni musicali innovative e raggiungere mondi sonori inesplorati col suo magico basso. Un artista di cui, se fosse inglese, tedesco o meglio ancora americano, leggeremmo lunghi articoli sulle riviste specializzate, sia di genere, sia orientate alla tecnica strumentale. D’altro canto, chi non ricorda i tempi d’oro dell’Industrial, di Fear Factory, Ministry, Nine Inch Nails, Prong e quando questi erano ordinariamente in copertina. I gruppi appena citati non lo sono a caso ma hanno un perché che capirete tra poche righe… E’ dal 2013, col progetto Sloe Gin prima, che la sua proposta artistica è inusuale e, soprattutto, originale, dato che il protagonista assoluto è proprio il suo basso. Il progetto Enio Nicolini and the Otron, dai connotati futuristi, giunge al terzo e conclusivo capitolo di una trilogia (i precedenti sono Cyberstorm del 2019 ed Hellish Mechanism del 2022) il cui concept gira attorno ad una società distopica, governata dalla tecnologia, che però in Suitcase Man vede la razza umana prendere consapevolezza di se e fuggire da questa situazione che si preannunciava apocalittica. Ed a segnare questo cambio di direzione è, contestualmente, il cambio di vocalist: non più Luciano Palermi (storico compagno di Enio negli Unreal Terror) che però canta il primo brano in scaletta, la title track, e passa il testimone all’altrettanto storico Maurizio ”Angus” Bidoli (dei romani Fingernails), secondo il leader del progetto perfetto per declamare con grinta ed aggressività la voglia di rivalsa dell’essere umano. In tutto il disco sono il ritmo ed il groove a dettare legge: l’arguzia compositiva di Enio è proprio quella di trovarne a sazietà. Non è facile diversificare tracce che ad un primo ascolto possono sembrare ostiche ed indistinguibili, per quella che è la natura sonora del progetto, ma che si lasciano apprezzare nei successivi ascolti. Certo è molto importante il lavoro delle tastiere di Gianluca Arcuri, già presente nel precedente capitolo, che fanno da ottimo raccordo tra le varie sezioni dei brani e ne esaltano le melodie (prendete il termine con le pinze perché non sono certo canzoncine di Natale…), sicuramente marcate proprio nell’opener Suitcase Man, grazie alla voce di Palermi, ma convincenti anche in brani come Mirrors, Escape Out, Endless Resistence, Fake Euphoria. Sicuramente cattura l’attenzione, durante l’ascolto, l’incredibile lavoro di basso di Enio, eseguito sia in modalità “power chord”, sia utilizzando normali linee, con una notevole ricerca sonora atta a riempire tutto lo spettro di frequenze lasciate vuote dalla mancanza delle chitarre di cui, in particolare se non se ne è consapevoli, non se ne sente affatto la mancanza. Per chi conosce i precedenti capitoli, è doveroso procurarsi anche questo. Per gli altri, dategli una chance perché la merita. Prossimamente cercheremo di approfondirne i contenuti in sede di intervista.
Voto: 8,5/10
Salvatore Mazzarella















