Periodo particolarmente intenso sul fronte discografico per Ivan Giannini, che ha recentemente pubblicato il suo secondo album solista (di prossima recensione) e il doppio live dei Derdian.
Gli Elegacy, purtroppo, restano confinati alla dimensione di progetto in studio e non di vera e propria band, come accade per molte pubblicazioni targate Frontiers, anche se in questo caso specifico si tratta della Elevate Records.
Dopo il disco “The Binding Sequence”, arriva a distanza di quasi undici anni il follow-up “Theory of Sin”. Se da un lato mancano nomi di spicco presenti nel primo lavoro come Mike LePond (Symphony X) e Mark Zonder (ex Fates Warning) , il risultato finale non perde minimamente in termini qualitativi.
La produzione è davvero eccellente, così come la qualità delle composizioni, che si muovono su coordinate di progressive metal di altissimo livello, chiaramente debitrici di realtà come Symphony X e DGM. Ed è proprio per questo che dispiace vedere il progetto limitato alla sola dimensione da studio: la qualità dei musicisti coinvolti e del disco stesso è tale da meritare pienamente una trasposizione live.
La formazione storica rimane invariata con Ivan Giannini alla voce, Constantin Terzago alle tastiere e Massimo La Russa alle chitarre. Alla batteria troviamo come ospite Federico Paulovich, che prende il posto di Zonder, mentre al basso è lo stesso La Russa a occuparsi delle parti.
Si parte subito con uno dei migliori episodi del lotto, “Theogenesis”, un brano che si muove tra i Symphony X di “Underworld” e inattese reminiscenze AOR nel ritornello, molto melodico e originale grazie al gioco di cori e controcori. Ottimo il guitar work, così come la sezione ritmica nello splendido passaggio progressive centrale e nel solo. Alcuni dettagli richiamano a tratti i Vision Divine dell’era Giannini.
Altro brano di grande spessore è “Wash Away the Blood”, tra i migliori dell’intero disco. Alterna momenti più riflessivi ad altri decisamente più aggressivi, ricordando i primi Symphony X del periodo “The Damnation Game”, soprattutto nella linea melodica del refrain.
Di altissimo livello anche la title track “Theory of Sin”, dove oltre alle tastiere neoclassicheggianti fa capolino un Hammond che richiama quel progressive metal tanto caro a Arjen Lucassen.
“Angel” rimanda invece all’epoca d’oro dei Symphony X di “Twilight in Olympus”, pur mostrando una vena ancora più progressiva. Altro pezzo di assoluto interesse.
“The Eye of Horus” si apre con un riff di chitarra accordata su tonalità più basse, in pieno stile Michael Romeo, con le tastiere progressive a fare da contraltare. Il brano alterna ritmi sostenuti ad altri più cadenzati, scanditi da continui cambi di tempo. È uno dei pezzi più veloci, “heavy” e imprevedibili del disco: un incrocio perfetto tra Symphony X, Ayreon e Fates Warning. La doppia cassa martella senza tregua, rendendolo il brano più “power” dell’intero platter.
“Until Tomorrow Comes” è invece un’interessante via di mezzo tra power ballad e mid-tempo. Molto orientato verso le sonorità dei DGM, è sorretto da un refrain estremamente melodico, forse fin troppo sdolcinato. Restano comunque notevoli i cambi di tempo che ne fanno un pezzo decisamente camaleontico.
A mio giudizio il momento meno convincente del disco è rappresentato da “The Loop Within”. Parte molto bene, ma si perde nella sezione centrale, soprattutto nel refrain, che risulta un po’ troppo “zuccheroso” , troppo “happy”. Sia chiaro: non si tratta affatto di un brutto brano, anzi, strutturalmente è costruito molto bene. È semplicemente il ritornello a non colpire particolarmente. Probabilmente è anche il pezzo più spiccatamente prog del lotto, e forse proprio per questo su di me ha avuto meno presa. In generale, questo e il precedente sono gli unici due episodi che mi hanno convinto meno.
Si riparte però immediatamente alla grande con “My Reckoning”: riff granitici, pesanti, quasi thrash, ancora una volta fortemente debitori dello stile di Romeo, cambi di tempo continui e un guitar work semplicemente mostruoso. Il solo centrale, con le sue melodie oscure e al tempo stesso nostalgiche, è un autentico gioiello. Un altro splendido esempio di come si scrive un brano progressive metal.
La chiusura è affidata a “The Crazy King”, altro episodio tra i più veloci del disco. Ottimo il tappeto tastieristico, con il brano che accelera e rallenta con grande intelligenza compositiva. La parte centrale si fa più pacata e spiccatamente prog, impreziosita da una bellissima trama chitarristica dal gusto nostalgico. Anche qui ci troviamo di fronte a un pezzo camaleontico, ricco di sfaccettature.
Se un disco del genere lo avessero scritto i Dream Theater o gli stessi Symphony X, probabilmente staremmo parlando di un lavoro vicino al capolavoro. Il tutto è ulteriormente impreziosito dalla splendida prova vocale di Ivan Giannini, ancora una volta impeccabile.
Con la speranza che in futuro gli Elegacy possano trasformarsi in qualcosa di più di un semplice progetto in studio, diventando una vera band con un’attività live al seguito, possiamo tranquillamente affermare che ci troviamo di fronte a una realtà di enorme talento, capace di sfornare due dischi (mi riferisco ai due con Ivan alla voce) di altissimo livello e mai banali.
Voto: 8,5/10
Stefano Gazzola
















