Ciao Rocco, benvenuto su Giornale Metal !
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Il prossimo 7 maggio uscirà “Airways”, tuo primo lavoro da solista, un album particolare sia a livello di sound sia per quanto riguarda le tematiche affrontate. Vuoi parlarcene ?
Airways è un lavoro che ho portato avanti per anni. E’ un lavoro molto personale, una riflessione riguardo l’enormità della natura di cui tutti facciamo parte. Il rapporto che abbiamo con la natura è molto interiore e personale, ma al tempo stesso è estremamente connesso al rapporto che il resto della natura ha con noi. Ci sono momenti in cui mi sento parte dei miei dintorni a livelli molto, molto profondi. Ogni brano dell’album è ispirato ad un evento o ad una sensazione particolare, che ha suscitato in me questo profondo senso di comunione con tutto ciò che mi (e ci) circonda: i sogni, la solitudine, la nebbia, il vento, la paura, le onde, le stelle… la maggior parte delle tracce sono un omaggio diretto ad uno di questi elementi. Proprio per la natura generale e poliedrica di questa riflessione alla base, non ho messo paletti per quanto riguarda generi musicali, e ho lasciato che ogni ispirazione parlasse nella lingua che meglio trovasse adatta. L’album si apre quindi con una traccia drone, per andare su sonorità Darkwave, Ambient, New Age e finire su un canto in stile Neofolk. Non è stata una scelta, anzi l’esatto contrario. Ho provato a scegliere sempre il meno possibile.
Il sound del tuo disco è chiaramente ispirato a generi come l’Ambient e la Darkwave ma anche il Folk più oscuro e intimista. In un certo mi ha ricordato molto le sonorità dei Wardruna ad esempio. Com’è il tuo approccio alla musica, cerchi di prendere spunto da diversi generi musicali ?
Mi piace molto l’idea di rendere in qualche modo omaggio agli artisti che ammiro, e sicuramente trasportare qualche sonorità simile nella mia musica mi permette di farlo. In Homichlo, ad esempio, ho lasciato che la mia ispirazione fosse molto esplicita: il riff principale è ispirato a Polchasa degli Ic3peak, mentre la prima linea di testo è ispirata a Carpathian Forest degli Heilung. I Wardruna mi piacciono molto, come molti altri gruppi ispirati alla musica tradizionale scandinava. Altri ambiti da cui mi sento molto ispirato sono la musica tradizionale dei nativi americani, la musica di Philip Glass, Laurie Anderson, i Tool, Fever Ray, la scena gotica dei Theatre of Tragedy e ovviamente artisti Darkwave e Ambient come Anna Von Hausswolff, i Dead Can Dance, Demen e gli Autechre. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che mi ha sempre esposto a mille input musicali diversi, e faccio molta fatica a individuare solo una manciata di artisti da cui sento di aver preso grande ispirazione. Vivo di musica, sin da quando sono piccolo, ad ogni ora della giornata.
Puoi dirci di più dei testi? Li ho trovati personalmente un vero punto di forza di questo lavoro…
Sono tutti scritti in modo molto impulsivo, e sono tutti nati e cresciuti assieme alle parti strumentali. Spesso “scrivo” i testi cantandoli quando voglio fissare l’idea per una melodia, e poi finisco per cambiare solo qualche parola. Mi piace scrivere in inglese perché la trovo una lingua molto diretta ed espressiva. Perderti, l’unica traccia in italiano, è un brano estremamente intimo e personale, e in quanto tale mi è venuto naturale scriverlo nella mia lingua madre. Mi piacciono le rime, e mi piace trattare le parole come suoni, oltre che come significati. In brani come Homichlo o Cirene ho preso qualche “licenza poetica” per lasciar respirare, appunto, il suono assieme al significato.
Tu ti “firmi” con il moniker Ecor. Cosa significa esattamente e perché questa scelta?
Ecor è un nome che ha inventato mio fratello, mescolando il nostro cognome materno, Coe, con la prima lettera del mio nome. Mi piace molto il suono, e mi piace anche la presenza della parola “eco” al suo interno. L’eco è tra i fenomeni con cui più mi piace giocare quando sono in montagna: trovo bellissima l’idea dell’ambiente che restituisce al mittente un riflesso di ciò che ha ricevuto, e spero che la mia musica riesca a fare un po’ questo con l’ascoltatore: stimolare una qualche catarsi, dove la percezione non è solo quella di ricevere, ma di star compiendo un vero e proprio scambio con la musica che si sta ascoltando.
“Airways” è un lavoro ispirato dalla bellezza e dai suoni della Natura. Il problema dei cambiamenti climatici e del futuro del nostro pianeta, è ormai sotto gli occhi di tutti ed e non è da sottovalutare. Come vedi il futuro da qui ai prossimi anni su questo tema?
Mi preoccupa moltissimo, e credo che l’ambientalismo sarà alla base della prossima grande rivoluzione politica e sociale nel mondo. Mi capita di chiedermi se abbia senso, tra qualche anno, avere dei figli per poi esporli al rischio di assistere all’estinzione dell’essere umano. E’ una domanda che nessuno dovrebbe porsi, eppure intere generazioni ormai si trovano di fronte a dilemmi simili. Apprezzo molto la mobilitazione degli ultimi anni, e spero che sfoci presto in qualcosa di ancora più dirompente, e che non perda la grinta. Intanto è molto importante che ognuno faccia la sua parte, e che si provi a sensibilizzare chi si ha intorno, per poi arrivare ad esigere cambiamenti radicali ai piani alti. Non è più una scelta, è solo questione di tempo.
Tu stesso hai composto, prodotto e mixato il disco e ci hai messo tre anni di lavoro. Come ti sei trovato a operare in questa maniera, l’hai fatto per tua scelta o per contenere i costi legati ad una eventuale produzione esterna da etichetta?
E’ successo e basta, in realtà. Ho iniziato nell’estate del 2018 a registrare qualche idea con il microfono delle cuffiette e il pianoforte di Garageband, principalmente per sfizio personale o per condividerla con amici. Con l’aiuto del mio migliore amico ho imparato le basi della produzione musicale, e pian piano ho iniziato a costruire un repertorio abbastanza vasto di circa 30 tracce. Ho quindi iniziato lentamente a costruirmi il mio studio personale, ho comprato il mio primo sintetizzatore nell’estate 2019 e da lì mi si è aperto un mondo davanti. Ho sempre avuto in testa di fare un album un giorno, senza sapere bene come o quando, sapevo che era un obiettivo che volevo raggiungere.
Sei cresciuto tra Milano e la Valtellina, due realtà diverse che musicalmente posso essere molto stimolanti. Quanto c’è di Milano nella tua musica?
Sicuramente c’è un grosso lato milanese. Il contrasto tra la città e i boschi mi ispira moltissimo, e la quadrata città mi ha aiutato molte volte a mettere in ordine le mille idee amorfe che avevo al ritorno da una passeggiata nel bosco. Quasi tutte le tracce sono state registrate a Milano, dopo un periodo passato in montagna. Direi che nella musica è prevalente la Valtellina, ma nel processo Milano è stata assolutamente fondamentale.
La nostra intervista finisce qua, ti lascio con un saluto ai nostri lettori!
Grazie mille delle bellissime domande, e spero che le risposte vi abbiano incuriosito a dare un ascolto all’album! Tutti abbiamo bisogno di riconnetterci al nostro lato primordiale, il mio modo l’ho trovato nella musica. Magari riuscirà ad ispirare qualcuno ad amplificare il proprio, o almeno quello è il sogno e l’obiettivo!
Sonia Giomarelli
















