“Progress(ive) in general may be described as “the exchange of one nuisance for another nuisance” Havelock Ellis (an Observation by John Sanchez)
E’ strano mettersi alla scrivania il 26 Ottobre del 2021 e iniziare a scrivere del nuovo album del gruppo che più di ogni altro negli ultimi 30 anni ha incarnato un modo unico di fare Progressive.
Alcuni lo chiamano Prog Metal…ma tant’è che non c’è alcuna differenza…sempre Progressive Rock è nella sua essenza assoluta del termine. (Non dimentichiamo che il primo album Prog fu il Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band…e che cosa aveva in comune con la vera opera prima del genere In the Court of the Crimson King – sottotitolato An Observation by King Crimson? Tutto e niente…ed ecco perché si chiama Prog…non ci sono connessioni di grammatica musicale, ma di stile in cui si fondono le più eterogenee influenze.
Dicevo che è strano mettersi davanti al pc proprio stasera per scrivere la recensione del nuovo album dei Dream Theater intitolato A View From The Top Of The World (sottotitoliamo An Observation by Dream Theater?), è curioso perché proprio oggi cade il 22esimo anniversario dell’uscita di uno degli album più riusciti e famosi della formazione di NY, quel Metropolis part II –Scenes from a Memory.
Al Tempo la band arrivava da diversi problemi di natura contrattuale e di formazione… forse uno dei periodi più difficili per la band, che alla fine del 1999 fece uscire (preceduto di alcuni mesi dallo straordinario Liquid Tension Experiement 2) uno di quegli album che rimangono nella Storia. E la storia dei nostri da allora non fu più la stessa. Dischi (di altissimo livello almeno fino al Train of Thought), concerti in tutti il mondo, un successo sempre più crescente…fino a quando nel 2010 qualcosa cambiò…
Nel corso di questi ultimi 10 anni i DT hanno sfornato la bellezza di 5 album, di cui uno doppio (un’autentica rock opera dal titolo The Astonishing – forse il capitolo più interessate nel nuovo corso).
In questi 5/6 album la qualità tecnica non è mai stata in discussione, quello che a tanti fan è mancato e manca ancora oggi è la componente del songwriting, la magia del pezzo strutturato, tecnicamente funambolico, ma sempre e comunque geniale nelle idee e dinamico negli arrangiamenti. La peculiarità che hanno solo i grandi pezzi: sentire poche note o addirittura anche solo il tal suono specifico del riff, dell’assolo o dell’accompagnamento e sapevi già che era “quel” pezzo stupendo contenuto nel disco unico e assoluto che solo i Dream Theater potevano aver scritto.
Sia ben inteso…dopo l’abbandono di Kevin Moore alla tastiere i DT erano già un’altra band…ma avevano comunque quella singolarità che li rendeva al di sopra di ogni altra band prog metal al mondo.
Purtroppo con il passare del tempo la band ha sempre più seguito uno schema commercialmente proficuo, ma deleterio sul piano artistico…la formula statistica di un album ogni due anni, ha portato la band a perdere di vista quasi totalmente il discorso puramente artistico e concettuale. I DT non hanno avuto la pazienza di raccogliere i loro migliori brani e registrare due album davvero di livello altissimo.
Ecco quindi che giunge qui sulla mia scrivania il nuovo cd della band di Petrucci&soci, mi era arrivato anche il nuovo strepitoso Cradle Of Filth, ma un mio collega di redazione con un trucco degno dei David Copperfield lo ha già preso-ascoltato-recensito…rimango impressionato dai super poteri di GiornaleMetal in certi frangenti (si scherza ovviamente Alessio…ndr)
Partiamo quindi dalla copertina di A View From The Top Of The World…una pregevole opera di Hugh Syme, che cura anche tutto l’artwork del disco (lo stile ricorda un po’ quei due album conclusivi con Portnoy: Systematic Chaos e Black Clouds & Silver Linings). Un riferimento ai toni dei colori e allo spazio potrebbe richiamare il primo con Mangini alle Drums: A Dramatic Turn of Events. E proprio con quest’ultimo album c’è la sintonia più forte con questo nuovo A View From The Top Of The World. Innanzitutto perché la band torna a lavorare in fase di Mix e Master con ingegneri del suono di un livello altissimo (qui il grande Andy Sneap – che mixò e masterizzò nel ‘99 quel The Gathering dei Testament che si contese diversi podi come “miglior album dell’anno” con il Metropolis Part II – E al tempo di DTOE quel “mostro” dietro la consolle di Andy Wallace.
Tutta questa puntualizzazione sui suoni era doverosa per dire che A View From The Top Of The World ha dei suoni bellissimi, bilanciati e potenti il giusto per dare spazialità e aria alle strutture dei brani che variano di canzoni in canzone.
Scendendo nell’analisi dell’album possiamo notare una curva sinusoidale che si divide in quatto blocchi distinti:
Blocco I: The Alien – Answering the Call.
Le due canzoni di apertura si presentano come un mix di quanto detto dalla band in questi 10 anni di nuovo corso, con un’attenzione maggiore ai suoni delle chitarre che essendo meno compresse dell’ultimo orribile Distance Over Time, tendono a respirare di più soprattutto in fase solistica, dove JP ci delizia soprattuto in The Alien con fraseggi lirici e melodici di rara bellezza come non se ne sentiva dai tempi del pregevole omonimo Dream Theater. Answering the Call purtroppo porta l’asticella del disco verso il basso con riff di matrice metal un po’ troppo negli standard del genere. Riff in palm-muting già ampiamente utilizzati con risultati decisamente più convincenti da Sympnony X, Haken e Leprous. Il ritornello è privo di carattere e ripetuto in modo abbastanza prevedibile lungo i 7 minuti e mezzo del brano (davvero troppi per un pezzo con queste poche idee).
Blocco II: Invisible Monster.
Discorso a sé stante per questo brano che reputo la miglior traccia del disco (scelto non a caso come secondo singolo dell’album).
Le linee chitarristiche ricamano in modo dinamico e fluido attorno la parte vocale particolarmente ispirata (anche se non mancano alcune progressioni melodiche dei DT periodo Octravarium/Train of Trought). Il pezzo incredibilmente crea ambienti sonori con glissati, aperture melodiche e stacchi di puro accompagnamento per i passaggi ai diversi capitoli del pezzo. L’assolo rappresenta un leggero calo all’interno del brano in quanto manca di coinvolgimento e sembra più un esercizio di Rock Discipline della REH del 1995.
Blocco III: Sleeping Giant, Transcending Time, Awaken the Master.
Qui in questo trittico abbiamo il tracollo assoluto del disco…tre brani di “nulla” musicale, se non il ripetersi di soluzioni sonore, di arrangiamento, di stile già stra-abusate nel corso dei precedenti 4 album con particolare riguardo a ADTOE e DT…i tre pezzi fungono praticamente da “riempitivo”.
In questo blocco si ha inoltre l’accentuarsi di una delle note dolenti dei DT degli ultimi 10 anni…il drumming frenetico, per nulla musicale e troppo schematico di Mangini.
Con le sue percussioni è ovunque, qualsiasi cosa facciano Petrucci o Ruddess è lì che ci vuol ricordare che è in grado di suonare con una mano sola, 64esimi sui ride, crash, campane e china. E’ presente su ogni battuta con accompagnamenti che seguono pedissequamente i riff e le strutture. Un computer…e la musica non ha bisogno di computer…nè tantomeno il Prog.
Jordan Rudess come ormai negli ultimi 15 anni funge da collante sonoro tra la parte ritmica e la parte della chitarra-voce.
La sua immensa tecnica è praticamente annientata in favore di parti il più delle volte atte a “tappeto sonoro”. Entra in gioco quando sono necessari “a chiamata” degli interventi di pianoforte, intermezzi orchestrali o di effetti tastieristici particolari a volte di dubbio gusto.
Del Rudess del “Rudess e Morgenstein Project” o anche solo del Metropolis Part II non c’è più nulla…la sua funzione è ormai accessoria e non più di comprimàrio come lo era stato almeno fino all’Octavarium.
Blocco IV: A View from the Top of the World (The Crowning Glory, II. Rapture of the Deep, III. The Driving Force.
Chiude il disco una suite di 20 minuti circa, dove troviamo un po’ tutti i discorsi musicali affrontati lungo il disco…diversi riff di matrice metal, la prima parte molto prog negli standard del genere che loro stessi hanno creato, una parte centrale più cadenzata senza corpo e sostanza, un “rallentato” propedeutico solo all’intervento di Petrucci che come una puntata di “Murder, She Wrote” sapevamo che sarebbe arrivato prima dello stacco dove Mangini in modo del tutto meccanico introduce la terza e ultima parte, dove non bastano tempi dispari e assoli più o meno funambolici a cementare un discorso artistico. Il brano sembra a tratti un mix di varie idee messe da parte nel corso di questi anni per poi ri-arrangiarli in modo un po’ copia e incolla per portare alto il minutaggio. Interessante la reprise finale dove Labrie da una buona prova vocale e di interpretazione. Quest’ultima trance finale del brano ha un che di quel qualcosa che i DT avevano tanto e tanto tempo fa…un qualcosa sotto la cenere c’è ancora…il problema è che è tutto diluito in strutture stereotipate e ormai ripetitive.
La band in definitiva non ha saputo con questo quindicesimo album rinnovarsi e “prog”redire in senso compiuto, ha perso lo stile, ha perso la ricerca di nuove frontiere sonore e artistiche, si è persa in una prigione di vetro fatta da riff e soluzioni collaudate.
I DT di A View From The Top Of The World sono un band che è diventata una sorta di grande macchina che esaurita la verve creativa è rimasta con un guscio di tecnicità vuoto e intaccabile da agenti esterni come il passare inesorabile del tempo…non erano loro che ci insegnarono una lezione fondamentale nel Prog? Find all you need in your mind / If you take the time / Find all you need in your mind / If you take the time…
“Alle diciotto circa, mentre Harvey Munden stava per finire il lavoro della giornata, e sentiva che aveva fame, qualcuno bussò alla porta esterna, un tocco timido, che voleva segnalare la presenza di una persona di nessuna importanza. Andò ad aprire e vide un uomo che riconobbe subito.” George Gissing
Voto: 7,5/10
John Sanchez















