Non so perchè, ma il primo impatto con questo “Babylon” di Dirkschneider & the Old Gang mi ha riportato indietro nel tempo con i Chrome Division, supergruppo con Shagrath dei Dimmu Borgir alla chitarra, composto da grandi nomi ma con
l’evidente voglia di divertirsi. Un atteggiamento che sembrerebbe alleggerire la qualità e lo spessore di tale operazione ma che, a mio avviso, ottiene l’effetto contrario, regalando una libertà compositiva a musicisti di talento, ma, in certi casi, ingabbiati dalle logiche discografiche e di omogeneità di composizione.
Tutto questo per dire che “Babylon” mi piace, perché se è vero che le direttrici sono quelle di UDO e quindi degli Accept, ci sono variabili interessanti, come l’uso della voce di Manuela “Ella” Bibert, praticamente sconosciuta al grande pubblico, con un passato da corista con lo stesso cantante tedesco, che offre una grande prestazione sia quando deve cantare da solista che, in modo davvero straordinario, quando sviluppa controcanti e arricchimenti vocali che consegnano ai brani una dignità musicale diversa.
Una riprova di questo arriva con l’iniziale “It takes two the tango”, che propone un classico riff acceptiano e presenta appunto quel valore aggiunto della vocalità della Bibert, che nel finale sovverte l’andamento del brano. La cantante indirizza anche l’orientaleggiante titletrack, interpretata da lei insieme al resto della band, che usa spesso il canto corale come linea espressiva.
Il disco è vario, come per il mid-tempo evocativo di “Hellbreaker”, immediatamente riconoscibile. Del resto la band è composta da vecchie volpi di questa sonorità : Udo Dirkschneider alla voce, Peter Baltes al basso, la citata Manuela “Ella” Bibert alla voce e tastiere, Stefan Kaufmann e Mathias “Don” Dieth alle chitarre e Sven Dirkschneider alla batteria. Non tutti è perfettamente aderente alla durezza di Accept, come la più ariosa “Time to listen”, al limite del melodico.
La successiva “Strangers in Paradise” è una ballata elettrica, dai toni sfumati e dall’impianto un po’ scontato, con uno sviluppo corale. Hard rock con tanto di hammond in “Dead man’s hand” con un inserto vocale vicino alla pop-dance, un brano davvero strano. Molto più dinamica “The Law of a Madman” anch’essa cantata coralmente, mentre “Metal Sons” ha toni più cupi, ma è animata da un gran riff. Un assaggio di power metal in “Propaganda”, altro brano molto riuscito di questo “Babylon” con un coro trascinante e una orchestrazione raffinata e un controcanto notevole. Inizio arpeggiato per “Blindfold”, un’ altra ballata con velleità addirittura pop, dove “Ella” è la voce leader e intarsio di chitarre per gli assoli, mentre “Better the Power” è un altro rock’n’roll corale energizzato, di grande e immediata presa. La finale “Beyond the end of time è il brano più lungo del lotto, con uno sviluppo progressivo, con deciso apporto di tastiere.
In definitiva un disco vario, a tratti brillante, mai deludente. Un altro mattone importante nella carriera di Udo e della sua truppa, compreso il figlio, ormai stabilmente con lui.
Voto: 7,5/10
Massimiliano Paluzzi















