Nessuno è così spregevole…da trent’anni a questa parte. Il monito musicale dei Cryptopsy, una delle più terrificanti e virtuose realtà del death tecnico e brutale, per il trentennale del loro secondo e fondamentale lavoro ‘None so Vile’ è stato meravigliosamente esplicato sabato sera al Legend Club di Milano, in un locale gremito di fan che hanno supportato i 4 canadesi con tutta l’energia disponibile, creando una perfetta simbiosi audience/band per una serata iniziata con i migliori auspici, anche grazie ad alcune prestazioni di ottimo livello da parte dei 3 opening act presenti e valorizzate dall’ottimo comparto suoni messo a disposizione del club meneghino.
Le ostilità vengono aperte dal four-piece texano dei Corpsepile e da un death brutale e compatto, molto influenzato dai Six Feet Under, per pesantezza e tempi medi spaccaossa. La formazione di Houston ha pochi anni di vita e 4 EP all’attivo, ma la sicurezza e l’impatto live non mancano di certo. Ancora poca varietà, ma da quello che si vede, c’è spazio per l’evoluzione.
Sempre dal profondo sud a stelle e strisce giunge un altro quartetto (stasera senza il bassista che li segue dal vivo Nate Gilbert) che unisce alla più psicotica violenza death, una ricerca tecnico-compositiva estremamente interessante e venata anche da elementi black e sinfonici. Parliamo degli Inferi, da Nashville, Tennessee, autori già di 7 release e che qui ci offrono assaggi della loro ultima fatica ‘Heaven Wept’.
I bei suoni del Legend valorizzano l’operato delle due chitarre Pugh e Kumar, veloci, assassine ed intricatissime, pronte ad aprirsi ad assoli di grande fattura e supportate da campionamenti sinfonici ed maligne accelerazioni black-style che rendono la loro brutalità apocalittica ed epica. Una band interessantissima su disco ed impressionante dal vivo.
Si cambia fortemente stile con i 200 Stab Wounds, four-piece dell’Ohio dedito ad un essenziale e quadrato death metal old school dalle venatura grindcore, soprattutto nel suono secco delle chitarre ed in qualche accelerazione. Di recente formazione e con all’attivo 2 album, la band non brilla certo per originalità né tanto meno, per impatto scenico dal vivo, risultando abbastanza noiosa e dando un terribile senso di stantio e già sentito. Una formazione che non lascia sicuramente il segno e fa apparire la sua gig anche fin troppo lunga.
L’Apocalisse è virtuosismo e la violenza arte: lo sanno molto bene i canadesi Cryptopsy che giungono sul suolo italico per il tour celebrativo dei 30 anni di ‘None so Vile’ secondo e fondamentale album della loro carriera, con cui si è delineato il loro death metal feroce, frenetico e tecnicamente intricato, caratterizzato da un’elevata fattura di songwriting e personalità musicale.
Dopo l’intro di ‘Ride the Lightning’ condita dalle linee vocali di ‘Peace sells….’ (una cosa davvero estraniant3!!!), la chitarra di Chris Donaldson seguita dai suoi compagni, attaccano con il trittico ‘Slit your Guts’, ‘Until there’s nothing left’ e ‘Serial Messiah’, con la prima presa proprio dal celebrato ‘None so Vile’ e la seconda opening dell’ultimo lavoro ‘Insatiable Violence’. Qualcosa non va però e si tratta, stranamente, dei suoni, che penalizzano fortemente la chitarra di Donaldson e la batteria del virtuoso maestro delle tempeste, Mounier. Per fortuna, dopo un breve discorso della ‘voce del Kraken’, Matt McGachy, durante quale invita il pubblico a prendere possesso del palco, nel pezzo successivo, per un mostruoso stage-diving collettivo, la situazione si sistema; proprio da ‘Dead Eyes Repleat’ in avanti, possiamo essere estaticamente travolti dalla psicotica e virtuosa brutalità del quartetto franco-canadese, venendo scaraventati da una dimensione all’altra, proprio come un personaggio dei racconti di Lovecraft, in fuga dai Grandi Antichi. Precisione e fantasia, talento e ferocia omicida: questo generano i Cryptopsy, attraverso i brani storici di ‘None so Vile’ quali ‘Graves of Fathers’ o ‘Phobophile’, dove le armoniche aritmie di Mounier, continuamente teso alla creazione di tempeste percussive e folli cambi di tempo, inseguono gli psicotici riff e gli assoli frenetici di Donaldson, il tutto condito dalle oscure narrazioni provenienti dall’ugola di McGachy, sempre in bilico fra litanie cavernose e lancinanti urla degne del peggior incubo astrale.
Un’ora di sublime architettura della ferocia musicale, con una partecipazione di pubblico assolutamente travolgente, ed una conclusione che vede le track di chiusura dei due album più saccheggiati dal quartetto nordamericano, almeno stasera: ‘Orgiastic Disembowelment’ da ‘None..’ e ‘Malicious Needs’ da ‘Insatiable…’, per una prestazione che lascia solo estasi e macerie e conferma i Cryptopsy una delle formazioni più importante del death metal brutale e virtuosistico.















