Tornano i Nefasti Svedesi, da sempre principali ed imprescindibili punti di riferimento di un settore musicale, quello del più puro e classico Doom Metal, da sempre fortemente di nicchia a livello internazionale (si tratta pur sempre della colonna sonora del Giorno del Giudizio, ricorda spesso il caro amico Eduardo Vitolo nel suo fondamentale saggio “Children Of Doom” edito da Tsunami). Tornano quindi i mitici Candlemass, nonostante le pause sempre più lunghe tra un disco e l’altro. E nonostante i fuori-e-dentro reiterati negli anni del loro storico singer, il “lirico” e teatrale Messiah Marcolin, durante il periodo di militanza del quale furono realizzate le tre pietre miliari, viste da sempre come intramontabili oggetti di paragone per tutto ciò che venne dopo (sia per i Candlemass stessi che in generale per tutta la scena Doom): l’ottimo “Nightfall”, il buon “Ancient Dreams” e il biblico concept-album “Tales Of Creation”. Dopo un paio di “album-fiasco” sperimentali a fine anni ’90, e dopo un momentaneo ritorno di Messiah al microfono in occasione dell’apprezzabile omonimo album del 2002, da qualche anno (e da tre albums) Robert Lowe, il singer storico degli americani Solitude Aeturnus, si era accasato con i nostri svedesi, testimoniandone così una rinascita artistica abbastanza rilevante, con conseguente riacceso interesse di pubblico. Ora che anche Lowe ha preso il volo verso altri progetti… chi ti vanno a ripescare per il nuovo album i nostri cari ed intramontabili Svedesi del Destino? Proprio il “cantante-turnista” del primissimo album “Epicus Doomicus Metallicus”, Johan Längquist. Addirittura viene sottolineato questo ritorno del “figliol prodigo” con la riproduzione dell’artwork di copertina di “Epicus…” arricchito di nuovi particolari decorativi “doomeggianti” (dando adito, secondo il sottoscritto, anche ad equivoci di natura grafica: guardando la cover in effetti potremmo con facilità scambiare “The Door…” per un remastering del primo album). Va beh, l’iconografia è parte integrante qui. E se questo teschietto cornuto impalato in croce è assurto ad uno dei simboli internazionali del genere Doom Metal… perché mai cambiare? OK, ora passiamo alla musica. Intendiamoci: i Candlemass sono passati alla storia per i loro “solenni” e “biblici” quanto “epici” stilemi musicali immortalati sopratutto sui succitati “Nightfall” e “Tales Of Creation”. Credo sia impossibile, tutt’ora, fare di meglio. Riconosciuto ciò, possiamo dire che “Door To Doom” è un ottimo disco. Un ottimo disco di Doom Metal à la Candlemass. L’Epic si respira fin dall’iniziale, buon brano di attacco delle danze, intitolato “Splendor Demon Majesty”, per poi passare alla cadenzata e potente, quanto a tratti psichedelica, “Under The Ocean”, la quale ci farà esclamare, oggettivamente, cosa sarebbero i Candlemass se non ci fossero stati i Black Sabbath. La marcia funebre più nera è poi rappresentata da “Astrolus – The Great Octopus”, brano che ci ricorda da vicino le atmosfere angoscianti della storica “Solitude” (apparsa appunto su “Epicus…”). E dopo la malinconica ed assieme epica ballad semi-acustica “Bridge Of The Blind”, arricchita tra l’altro da una evocativa sezione di Mellotron, si torna a martellare Metallo Pesante con la cavalcatona “Death’s Wheel”, inframmezzata a più riprese da un ben riuscito e particolarmente sulfureo refrain sabbathiano da puri brividi, come anche con la malefica “Black Trinity”, il cui riff è talmente “incombente sull’animo umano” (Baudelaire e “I Fiori Del Male” docet), da recuperare barlumi dell’epocale “Bewitched”. Si passa quindi a “House Of Doom”: come può iniziare un brano intitolato così? Ma con un bel rumore di temporale e campana a morto, in stile “Black Sabbath”, ovvio. La song è inizialmente caratterizzata da un bel mood ai limiti del Power più epico, con un refrain vocale relativamente “orecchiabile”, trasformandosi poi, di punto in bianco, in una solenne sonata organistica letteralmente “da paura”, fino a chiudersi in una canonica “marcia funebre” lenta e pesante. L’album si conclude poi con una discreta “The Omega Circle”, teatrale e cattivissima quanto pregna di dissonantissime partiture “Diabolus In Musica”. Cosa dire… la band pare essere sempre in ottima forma, e un plauso va anche al redivivo Längquist, poiché anche se a livello di carisma credo sia impossibile eguagliare il grande Messiah del passato, il nostro se la cava egregiamente al microfono, cercando di caratterizzare i cantati con una certa espressività. Candlemass: i Maestri del Doom. Nulla di nuovo sotto il sole, ma acquisto obbligato per tutti i fans del genere, e soprattutto per i fans della storica band. Su questo, nessuno potrà mai porre una croce (a parte quella “teschiosa” riprodotta in copertina…)
Voto: 8/10
Alessio Secondini Morelli
















