Una volta uscito di prigione, Varg Vikernes ha riportato in auge il progetto Burzum con tre albums che vertevano ancora prevalentemente nelle sonorità Black Metal che lo avevano reso famoso (o famigerato) negli anni ’90. Salvo poi abbandonare totalmente il genere, e sfornare due ulteriori albums di musica Ambient minimale e marginali sperimentazioni sonore folkeggianti. Che nelle sue intenzioni dovevano essere considerati una colonna sonora ideale al gioco di ruolo mitologico che lo stesso Varg aveva intanto creato e pubblicato, intitolato Myfarog. L’ultimo album era comunque uscito nel 2014. Da allora Vikernes ha dichiarato pubblicamente che il progetto Burzum era arrivato alla fine dei suoi giorni. Ma… mai dire mai. Alcuni mesi fa, Varg ha fatto un’altra dichiarazione a sorpresa: conservava “ancora troppo materiale inedito”, e per questo sarebbe uscito presto un altro album dei Burzum. Ed eccoci quindi al 2020. L’anno di pubblicazione di “Thulêan Mysteries”. Un album che prosegue il discorso Ambient, sperimentale, minimale e d’atmosfera degli ultimi due “Sôl Austan, Mâni Vestan” e “The Ways Of Yore”. Non so dire se le dichiarazioni di Vikernes corrispondano totalmente al vero… ma basta dare un’occhiata al titolo dell’album, ispirato al nome del canale YouTube in cui Vikernes pubblicava i suoi filmati (Thulean Perspective), dove esprimeva le sue controverse opinioni (il canale è chiuso da un bel po’, pare per contravvenzione alle “norme di YouTube sulla diffusione dell’odio razziale”), e si capiscono molte cose. Probabilmente, a livello musicale (e anche non) c’era ancora qualcosa da dire. E la vena Ambient minimale con cui Varg costruisce ancora oggi i suoi brani è sempre presente. Così come sono presenti i suoi suoni preferiti di sintetizzatore, spesso ripresi durante gli ultimi albums. Stilisticamente abbiamo anche le consuete variegatezze: un paio di passaggi che danno sul tribale, arrangiamenti di strumenti orchestrali come arpa e pianoforte, un paio di canti folk recitati da Vikernes stesso, tra cui la ben nota “Heill Óðinn, Sire”, dove il nostro canta accompagnandosi con uno strumento etnico regalatogli da un suo ammiratore (mi è bastato all’epoca guardare uno dei filmati YouTube di Varg per conoscere questa news… ed ascoltare in anteprima il brano in questione)… e qualche riarrangiamento di brani dai primi albums (“Han Som Reiste” che diventa “Skin Traveler” o la versione pianistica di “The Crying Orc”, rititolata “The Loss Of Thulê”). OK, stilisticamente credo di esser stato abbastanza esaustivo. Ora… credo sia giunto il momento di dare un giudizio. Premetto che sono cresciuto, bene o male, con i dischi di Burzum degli anni ’90. E che la sua attuale veste Ambient mi aggrada molto più dei dischi Black più recenti. Debbo dire che “Thulêan Mysteries”, seppur nel suo minimalismo forzato o voluto che sia, il suo genuino fascino ce l’ha. Sono fermamente convinto che per avvicinarsi alla musica di Varg Vikernes si debba operare un atto momentaneo e spontaneo di “sospensione dalla realtà”, allontanandosi dalla natura controversa delle consuete dichiarazioni del personaggio (e di ciò che la gente pensa di lui) per immergersi totalmente nelle atmosfere “ancestrali” che da sempre sono pane quotidiano per l’identità musicale di Burzum. D’altronde, quali sono gli intenti dell’artista in questione, quando produce un nuovo album? Cercare di far riemergere un certo spirito ancestrale tipico dell’antichità del continente Europeo, tutt’ora insito in tutti i popoli che lo abitano. Così dicendo, so bene che rischio di passare per uno che ha idee di destra estrema… ma quando ascolto un album di Burzum me ne fotto di qualunque connotato politico dell’Arte e delle emozioni che Essa vuol comunicare. So bene quanto sia bello immergermi nelle atmosfere fantastiche, selvagge e primitive del Nord Europa, rappresentate in musica nei dischi incisi da Varg Vikernes. Lo so bene perché, in un modo o nell’altro, i primi album di Burzum fanno parte della mia formazione. Personalmente non m’immagino quanti e quali si possano avvicinare a Burzum con quest’album (talmente lungo da essere doppio), ma… di sicuro, ci saranno persone la cui sensibilità resterà colpita da dischi come “Thulêan Mysteries” e i suoi predecessori. Ed a questi suggerisco di addentrarsi nei meandri sonori tipici di Burzum senza alcun pregiudizio costruito. E farsi un’opinione che sia basata solo sulla dimensione musicale. Ho qui terminato.
Voto: 8/10
Alessio Secondini Morelli















