La title-track che apre l’opera parte con suoni acustici, per poi proiettarci nell’essenza del suono dei Bloodbound, un power metal con molte influenze folk, anche se questo brano rimanda decisamente al songbook di Helloween, anche e soprattutto negli impasti vocali e nello sviluppo chitarristico, anche dell’assolo.
La seguente “Drink with the Gods” svela invece la matrice vichinga che i Bloodbound imprimono al disco, sia per la costruzione ritmica che si basa su un tamburo molto accentuato che fa subito pensare alla guerra, poi strumenti a fiato rendono il brano chiaramente folk metal, con il classico coro piratesco, ma il brano è molto piacevole.
Più o meno sulle stesse linee si muove “Odin’S Prayer” ma è meno orientata al folk, privilegiando la potenza e risultando una specie di invocazione a Odino, nel senso più classico del termine, con un inserto sinfonico e lirico.
I Bloodbound stessi provvedono alla produzione e i risultati mi sembrano validi, il suono è omogeneo e tutti gli strumenti sono valorizzati, in questo combo composto da sei elementi : Patrik J. Selleby alla voce, Tomas Olsson ed Henrik Olsson alle chitarre, Anders Broman al basso, Fredrik Bergh alle tastiere e Daniel Sjögren alla batteria.
Le atmosfere vichinghe ancora più accentuate arrivano con l’ottima “The Raven’s Cry”, contrassegnata da un doppio assolo non particolarmente ispirato, per due chitarristi che sono peraltro molto bravi nella parte ritmica. “Mimir’s Crystal Eyes” è più orecchiabile, vicina a certi brani power sinfonici, anche se la tastiera non è l’elemento trainante della composizione. Sullo stesso stile “Behind the enemy lines”, mentre torna in pieno l’aspetto piratesco in ambito musicale con “Land of Heroes” che abbina velocità a suoni molto levigati e a un coro decisamente poco originale, ma trascinante.
“Sail among the dead” si sviluppa sulle stesse coordinate e anche se l’idea è quella dell’omaggio alla saga vichinga, confermo che per chi ascolta l’associazione che emerge in via primaria è quella con i pirati e il mondo a essi collegato. In ogni caso, ai fini della musica, cambia poco e i brani si susseguono con una media elevata, pur mancando l’hit che si eleva dal resto.
Certo “Stake my claims” sembra la continuazione del brano precedente, non avvertendo particolari differenze fra i due pezzi, con una linea melodica scandita dalla tastiera e chitarra. Per concludere “Sword and Axe” che propone lo stesso power sinfonico con passaggi folk che caratterizza gli ultimi brani, con una migliore personalità nel coro. A livello compositivo, a mio avviso, si può fare meglio, perché sicuramente i BloodBound sanno suonare.
Voto: 6,5/10
Massimiliano Paluzzi















