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ELDRITCH – Innervoid

ELDRITCH – Innervoid

Label: Scarlet Records

Esattamente due anni dopo il capolavoro “EOS” ecco uscire sul mercato discografico “Innervoid”, un disco che fà da spartiacque tra i nuovi e i vecchi Eldritch visto l’avvicendamento dietro al microfono tra lo storico singer Terence Holler e la “new” entry Alex Jarusso.
Tanti erano i dubbi che attanagliavano gli addetti ai lavori e i fans sul futuro della band dopo l’inaspettata separazione che aveva “scosso” la line-up. Direi che la prova del fuoco è stata ampiamente superata dato che il nuovo cantante Alex Jarusso si rivela un autentico cavallo di razza.

Certo un cambio cosi “importante” non era facile da digerire per molti degli storici fans (diciamo per quelli più scettici) della band, vuoi perché di solito la voce è quella che più di tutto identifica una band, vuoi perché nel caso di Terence Holler parliamo di un timbro vocale fuori dal comune, più unico che raro, diverso da tutti gli altri cantanti (che a volte si assomigliano tra loro).
Come in tutte le cose però alla fine è la musica a parlare e a far si di lasciarsi alle spalle qualsiasi pregiudizio preconfezionato.
“Innervoid” riesce a scardinare tutte le porte che trova chiuse, spazzando via come la furia dell’acqua qualsiasi preconcetto; gli Eldritch hanno deciso di andare avanti per la propria strada, come cita il titolo di una famosa canzone … “The Show must go on”.

Andiamo ad analizzare traccia per traccia questo “Innervoid” : si parte con la title-track scritta da Oleg Smirnoff (uno dei migliori tastieristi italiani, se non il migliore, sicuramente il più “geniale”), una delle intro più belle scritte dagli Eldritch con le sue partiture elettroniche e i suoi cori cantati in latino ottimamente inseriti nel contesto musicale.

Irrompe la splendida “Handful of sand”, un brano progressive-techno-metal dove gli Eldritch si fondono agli Amaranthe, bellissima traccia che meglio non poteva presentare il nuovo singer Alex Jarusso, che viene promosso a pieni voti.
Quello che colpisce di questa traccia e’ la versatilita’ vocale e il registro del nuovo singer che riesce ad essere poliedrico, cantando su un registro pulitissimo e cristallino e al tempo stesso risultare “graffiante”, sulla falsariga di Russell Allen dei Symphony X.
La traccia e’ la piu’ lunga del disco, “bellissimo” il refrain dal grande impatto e che al tempo stesso lascia trasparire una vena malinconica, nella parte centrale il brano diventa maggiormente “riflessivo” e a tratti mi ricorda “The Accolade” dei Symphony X. Questo pezzo scorre via in un battibaleno e alla fine dello stesso ci lascia l’amaro in bocca (positivamente), della serie: “ma come ? e’ gia’ finita’ ?”
Che dire…l’inizio non potevo essere dei migliori, applausi a scena aperta !

“Born on cold”: cascate di note neoclassiche aprono questa traccia dove si esaltano le trame tessute dalle tastiere del sempre ottimo Oleg Smirnoff e dalla sei corde di Eugene, la traccia aumenta il suo potenziale di fuoco diventando “cattiva” grazie a dei riffs di chitarra “spacca ossa” dove la sezione ritmica riesce a creare una potenza sonora distruttiva (nel senso buono del termine ovviamente).
Mi domando come faccia questa band ad avere una tale freschezza compositiva, una creatività che riesce a far si che un album non sia mai uguale all’altro e riesce sempre a sperimentare qualcosa di innovativo in termini del sound e delle composizioni. Anche qui bellissimo il refrain con Jarusso autentico mattatore.

“Elegy of Lust” e’ il singolo scelto per presentare il nuovo cantante, si tratta di una traccia “diretta”, caratterizzata da un refrain dal grande impatto melodico; nel suo incedere riesce a mostrare anche il suo lato più “malinconico” (grazie anche alla grande espressività di Alex) e dove le onnipresenti tastiere “spaziali” di Oleg fanno a spallate con le chitarre di Eugene e Rudj.

“To the end”: prog-metal di ottima fattura (brano che porta la firma di Mr. Smirnoff) scandito da cambi di tempo e da un solo (di stampo neo-classico) “fe-no-me-na-le” di chitarre-tastiera che rimarca la classe cristallina di tutti gli attori coinvolti, chapeaux !!

“Wings of emptiness” è una power ballad dal cantato malinconico e “sofferente”, carico di grande espressività, anche qui il buon Alex riesce a “graffiare” e a lasciare la sua impronta nella traccia.

“From the scars” (la seconda firmata da Oleg) riesce ad essere moderna e a tratti ballabile, con tanto di vocals “filtrate”, si attesta forse come la traccia piu’ sperimentale del nuovo corso degli Eldritch; in alcuni passaggi si denota una certa somiglianza vocale con l’ ex –storico- singer della band toscana (ma ripeto, le due voci sono molto, molto diverse tra loro). Se devo fare un parallelismo, potrei citare (come già scritto in precedenza) lo stile canoro di Russell Allen, visto che Alex riesce ad essere “pulito” e al tempo stesso a “graffiare”.

“Lost days of winter”, altro pezzo prog-metal, techno-trash che meglio rappresenta il trademark di questa band, con un ritornello davvero ruffiano che ti fa innamorare al primo ascolto, si attesta come una delle tracce piu’ belle del disco, ottima la sfuriata strumentale e i rocciosi “riffs” per una struttura portante “da PAURA !”.

“Black Bedlam” come lascia presagire il titolo, è una traccia dalle movenze “oscure”, carica di espressivita’ grazie ad un’ interpretazione canora di ottimo livello, troviamo diversi cambi di tempo dove si rallenta e si accelera sapientemente, un territorio in cui gli Eldritch sono dei veri maestri.

La conclusiva “Forgotten Disciple” è un’ altra mazzata sonora , un concentrato di “oscuro” power, prog, trash metal che chiude alla grande un bellissimo disco, altro brano molto articolato e dal ritornello immediato. Anche qui i cambi di tempo e di scenario musicale la fanno da padrona.

Un plauso a Eugenio e soci nell’ aver scoperto Alex Jarusso (sconosciuto ai più, compreso al sottoscritto), riuscendo cosi’ ad emulare quanto fatto negli anni dal loro collega “toscano” Olaf Thorsen che da vero “talent scout” si è messo in casa (nelle “sue” due band) cantanti del calibro di Roberto Tiranti, Michele Luppi e Ivan Giannini.
Ancora una volta la band toscana è riuscita a tirare fuori un ottimo disco, longevo negli ascolti ma al tempo stesso un po’ più diretto (quindi “più” immediato) rispetto al precedente “EOS”, manca una traccia elaborata ed articolata alla “Sunken dreams” per intenderci ma il peccato è davvero veniale nell’economia complessiva dell’album.

Il disco si posiziona sul podio a pari merito del duo “El Nino” e “Eos”; voto finale confermato a quello assegnato all’album precedente, gli Eldritch non lasciano ma “raddoppiano” !
P.S: normalmente non sono molto “largo” ad assegnare voti (non vado quasi mai oltre 8), nel corso di questi anni ho assegnato soltanto due 10/10 ed entrambi agli Eldritch con gli ultimi due dischi “Eos” e “Innervoid”.
“Innervoid” è sicuramente il miglior disco di questo 2023 e difficilmente verrà spodestato.

Voto: 10/10

Stefano Gazzola

Tags: eldritchrecensioniScarlet Records
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